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Martedì, 24 Maggio 2022
Inchiesta per corruzione / Castell'Arquato

«Massimo risultato col minimo sforzo, ma violando le regole: "Abbiamo fatto una valutazione un po’ alla c...!"»

Nell'ordinanza della maxi inchiesta per corruzione, il gip Luca Milani dedica un capitolo a due cantieri a Vigoleno e a Castellarquato i cui lavori (pubblici) erano affidati alla Edilgiemme di Maurizio Ridella, imprenditore in carcere

«Pur essendosi verificati al di fuori del territorio della Valtrebbia, i fatti appena riassunti evidenziano chiaramente come i rappresentanti dell'impresa Edilgiemme agiscano con il costante obiettivo di conseguire il massimo risultato con il minimo sforzo, violando le regole imposte anche a livello europeo per la scelta dei materiali e per il rispetto delle indicazioni delineate nei progetti che assistono i lavori pubblici. In questa fase, senza che siano stati svolti ulteriori accertamenti tecnici attinenti alla tipologia di merce impiegata, eventualmente possibile una volta che avverrà la discovery, il contenuto dei dialoghi captati appare sufficientemente chiaro nel sottolineare la consapevolezza dei soggetti coinvolti - tra i quali Ridella Maurizio quanto alla frode perpetrata ai danni delle pubbliche amministrazioni, penalmente rilevante ai sensi dell'art. 356, ossia frode nelle pubbliche forniture». Con queste parole il gip Luca Milani chiude il capitolo dedicato a due cantieri a Vigoleno e a Castellarquato e i lavori (pubblici) erano affidati alla Edilgiemme di Maurizio Ridella, imprenditore in carcere assieme ad altri “colleghi” e sindaci finiti nei guai nei giorni scorsi nell’ambito della maxi indagine dei carabinieri del Nucleo Investigativo.

L'impresa di Maurizio Ridella – scrivono i pm - era al tempo dei fatti impegnata, oltre che a Salsominore, anche su due diversi cantieri realizzati nell'ambito degli interventi di valorizzazione del circuito storico e archeologico dell'alta Valdarda, e per i quali il committente era l'Unione dei Comuni montani della stessa valle. Le opere riguardavano due distinti siti: uno nel borgo medioevale di Vigoleno, l'altro nel "Parco delle Driadi" a Castellarquato, compresi nel medesimo appalto pubblico, ragion per cui entrambi i cantieri erano affidati alle stesse imprese esecutrici ed agli stessi progettisti e direttori dei lavori.

L’ordinanza riporta una telefonata del dicembre 2018 tra un architetto e un operaio circa una gettata di cemento che stavano facendo. Il professionista chiede quindi «di fare delle foto e di eseguire i provini del cemento, mentre l’operaio replica dicendo che il materiale era certificato e che avrebbero tenuto conto della scheda del prodotto». 

«Secondo gli inquirenti – si legge nelle carte dell'inchiesta - tale modalità appare essere fraudolenta: la scheda del prodotto non ha alcuna rilevanza, atteso che occorre procedere ai provini proprio per verificare se è stato utilizzato il calcestruzzo con un coefficiente di resistenza previsto nel capitolato, se sono stati utilizzati gli additivi necessari, ad esempio rispetto alle condizioni atmosferiche in cui avviene la gettata, occorre altresì verificare il tasso di umidità del calcestruzzo. I toni di tale dialogo, però, lasciano più di una perplessità circa la corretta esecuzione dei prelievi dei campioni». 
«Invero - scrivono i pm piacentini - anche in questa circostanza, cosi come per il cantiere di Salsominore, emerge che il direttore lavori non presenziava personalmente alle operazioni, né incaricava un suo sostituto di prenderne parte. Quindi, si rileva ancora una volta come costui chieda agli operatori della stazione appaltatrice di compiere accertamenti di competenza dell'organo controllore». 

«Per quanto attiene ai lavori eseguiti nel borgo medioevale di Vigoleno, da una conversazione intercettata tra l’altro direttore lavori e un’altra persona nel redigere una nota indispensabile ad ottenere le attestazioni SOA in materia di certificazioni, ammetteva candidamente di avere riscontrato problematiche insuperabili nella realizzazione di alcuni tiranti sul cantiere di Vigoleno, e che il sopralluogo e la successiva analisi tecnica di fattibilità era stata eseguita superficialmente, senza nemmeno recarsi sui siti oggetto delle opere pubbliche: “Eee Vigoleno, la realizzazione dei tiranti (…) eh che abbiamo fatto una valutazione un po’ alla cazzo in culo e poi in realtà là c’erano molti più problemi”». 

«In un’altra intercettazione - si legge nei documenti - tra un direttore lavori e un appartenente ad un’impresa che aveva realizzato opere in sub appalto per la Edilgiemme di Ridella e un’altra ancora viene di nuovo affrontato il mio problema dei tiranti: “Il cemento che c’era l’ho usato tutto ho provato ma non tiene”.

Cantiere Parco delle Driadri. Da una telefonata tra Ridella e il direttore tecnico «si comprende - dice il gip - chiaramente come entrambi siano consapevoli di aver utilizzato dei pozzetti non conformi alla normativa: “e che io sto mettendo in opera del materiale che ho comprato sapendo che era vietata la vendita su territorio nazionale”». 

«Anche in questo caso – aggiunge Milani - appare chiaro come la consuetudine ad operare in difformità dai computi fatti in fase di assegnazione degli affidamenti pubblici (comportamenti peraltro spesso avallati dai soggetti rappresentanti le stazioni appaltanti) appartenga ad un insieme di condotte fraudolente riconducibili all'alveo dei rapporti di natura collusiva in essere tra gli imprenditori ed i pubblici amministratori, i quali sovente richiedono a titolo di favore opere non previste nei bandi e negli affidamenti effettuati, al fine di ottenere un proficuo riscontro presso il proprio elettorato».

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