Insulti e strattoni, una relazione resa un inferno dalla gelosia

Un 42enne processato per maltrattamenti e stalking nei confronti della ex compagna. “Mi vergognavo a parlarne e lui mi diceva che sarebbe cambiato”. Poi l’incontro con Telefono Rosa e le indagini della sezione investigativa della Polizia Locale

Insultata, maltrattata e offesa anche davanti ad altre persone, una gelosia immotivata che lo portava anche a compiere atti violenti come quello di  premerle la testa sul letto, al fine di prenderle il cellulare e controllare le sue chiamate e le sue chat. E come spesso accade in tanti processi per maltrattamenti, la donna ha detto di aver atteso tanto prima di difendersi perché “mi era stato amico” oppure “lo amavo” e ancora “mi aveva detto che sarebbe cambiato”. Agli amici o alle amiche mai una parola “perché mi vergognavo”. E qualche volta anche il pensiero che “forse la colpa era dei miei comportamenti”.

E’ cominciato, davanti al giudice Sonia Caravelli, pm Antonio Rubino, il processo nei confronti di un 42enne piacentino accusato di maltrattamenti e stalking nei confronti della ex compagna di 37 con la quale l’uomo aveva convissuto per qualche mese. L’uomo è difeso dall’avvocato Marco Miglioli, mentre la ragazza si è costituita parte civile con l’avvocato Mara Tutone. In aula, la giovane è stata sentita e ha raccontato la propria esperienza. Una deposizione che ha messo in luce il dramma di chi vive una relazione che poi degenera nonostante la 37enne fosse tranquilla e cercava di rimettere insieme i ricordi di momenti che, forse, non potrà mai dimenticare. I due si conoscono nel settembre del 2018 (la storia durerà fino al febbraio del 2019, ma lui, secondo le accuse della procura e le indagini della sezione investigativa della Polizia locale guidata dall'ispettore Massimo Mingardi, l’avrebbe perseguitata fino a luglio).

La presunta vittima ha raccontato alcuni episodi. Dopo un inizio tranquillo della relazione lui avrebbe cominciato a mostrare il suo vero carattere. I due sono in auto e lui è alterato. A casa lui, geloso, le chiede lo smartphone per controllarlo. Lei resiste e lui le spinge la testa sul materasso. Le rimane un segno rosso sul volto, che lei coprirà con il fondotinta. La donna cede: «Poi ci siamo chiariti e lui ha detto che non sarebbe più successo». Poche settimane dopo, nuovo alterco in un locale pubblico - lui diceva di lavorare lì - dove lei è accusata di ostacolarlo. In novembre, la coppia è invitata a un matrimonio e si fermano a Milano da una sua amica. Lei, al ricevimento, riceve alcuni complimenti. Lui impazzisce, la insulta e le dà alcuni schiaffi al volto dicendole di “non dare confidenza”. Una ragazza nota la tensione e interviene dicendole “come fai a stare con lui”. Al ritorno in auto, lui le prende la borsa e altri oggetti e li lancia dal finestrino lasciandola a piedi. Lui la segue e alla fine lei sale. Una pioggia di insulti poi lui le spinge la testa contro il cruscotto. Gl insulti sono una costante. Il giudice chiede quali parole lui usasse. Lei risponde: terrona, puttana, stupida, poco di buono. La vita insieme non è pacifica. Basta poco, ricorda la giovane, per farlo arrabbiare e insultarmi. Alla fine, lui le avrebbe confessato di aver problemi psicologici “e io non mi sentivo di lasciarlo solo”. Salvo che, tempo dopo, anche lei si rivolgerà a uno psicologo il quale le consiglia subito di interrompere quella relazione.

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In estate lei va in vacanza al Sud ma la pace dura pochi giorni. Una sera lui le mostra alcune foto hard di una donna incinta con un uomo. Le viene chiesto se riconosce qualcuno. E la 37enne dice che è la compagna di un amico comune. Ne è sicura e l’uomo è il compagno? chiede il pm. «Sì, lei la riconosco, l’uomo non è il compagno perché è un uomo di colore» Lei è choccata. Il 42enne dice che le foto gliele ha mandate il compagno della donna. Le chiede di intervenire, ma lui non lo fa perché è un compagno di lavoro e poi lui fa scherzi del genere. Si arriva a dicembre. Lei dice basta. Poco prima l’ennesima lite. Di notte lui urla che vuole il suo cellulare, sempre perché teme lei abbia altre relazioni, e l’avrebbe spintonata e strattonata. A febbraio lei lo lascia e torna dai genitori. Ci sono richieste di chiarimenti e incontri per chiudere la storia. Dal telefono di lui partono decine di messaggi di insulti, sul telefono e sui social network, che lei è costretta a bloccare. Poi, la decisone di parlarne con Telefono Rosa che la indirizza alla Polizia locale. Lui, però, avrebbe continuato a molestarla. Si faceva trovare sotto la sua casa, nei locali dove c’erano i loro amici comuni. Gli investigatori monitorano il telefono di lei e, appena lei rende accessibili i social, ecco che l’uomo ricompare con messaggi che la accusavano di essere uscita con altri uomini e di essere una drogata.

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