L’Italian way elogiata da Castagnetti, una vita da soldato tra il Medio Oriente e gli Stati Uniti

Un ricordo da vicino dell'ufficiale piacentino che ha ricoperto numerose e alte cariche di prestigio militare anche a livello internazionale

Il generale Fabrizio Castagnetti

Quando parlava di un teatro di crisi individuava subito il nocciolo del problema e con due o tre mosse proponeva una soluzione. Una semplicità disarmante che faceva sorgere la domanda: «Ma perché allora nessuno lo fa?». E lui rispondeva con un sorriso. Fabrizio Castagnetti ho avuto modo di conoscerlo quasi per caso e a lui devo molto. Chiesi a un’amica e collega – che conosceva la famiglia – come raggiungerlo e lei mi diede il suo numero di telefono: «Chiamalo direttamente vedrai che ti risponderà».

E così avvenne. Un sistema talmente semplice che rimasi stupito dal risultato immediato. Il mio sogno era di avere la prefazione del mio libro Fuori Area, sull’impiego dei reparti militari piacentini impegnati nelle missioni internazionali. Lui accettò subito. Mi invitò a casa sua per vedere le prime bozze del lavoro e conoscermi.

L’ingresso in una quella casa mi lasciò senza parole. L’abitazione raccontava la sua vita. Alle pareti crest di reparti militari, nazionali e internazionali, ricordi portati dai vari teatri, benemerenze, regali “conquistati” sul campo. Dalle sue finestre, stava immobile la bellezza carica di storia delle vestigia di Veleia Romana, costruita da un popolo che vantava quello che fu il più potente esercito del’antichità.

Ero abituato ad avere a che fare con colonnelli e generali, ma uno come lui non lo avevo mai conosciuto. Mi rendevo conto di avere a che fare con un ex capo di Stato maggiore, ma dopo i primi minuti mi sembrava di parlare con uno di quei soldati che avevo conosciuto nelle missioni a cui avevo partecipato come giornalista embedded. Ci ritrovammo poi in diverse occasioni in ambito militare, l’ultima un mese fa, e concordammo di sentirci per un’intervista sulla crisi libica, il pericolo fondamentalista islamico e l’immigrazione incontrollata. Lui, però, aveva già le idee chiare su come si sarebbe dovuto agire. Un uomo con un intuito eccezionale che veniva aiutato dalla lunga esperienza sul campo e da una importante formazione acquisita nelle più prestigiose istituzioni militari.

Nel suo cuore era rimasto il Medio Oriente, dove aveva lavorato a lungo e che amava. «Lì comincia la mia avventura, come osservatore Onu. Ricordo che all’inizio con mia moglie si dormiva in una specie di garage». Iniziò così una carriera militare che lo avrebbe portato ai più alti vertici, con incarichi internazionali di prestigio (tra i tanti fu addetto militare negli Usa dal 1995 al 1998). Dopo l’Accademia militare di Modena, di strada ne aveva percorsa. Diventato generale, guidò la brigata corazzata Pinerolo. Le sue capacità lo fecero nominare vice comandante della Forza di reazione rapida in Germania e dal 2002 al 2004 fu comandante della Forza di reazione rapida della Nato. Passò all’incarico di sottocapo di Stato maggiore della Difesa, trampolino che lo condusse al Comando operativo di vertice interforze (Coi), il cuore pulsante della difesa italiana. Di tutto questo lui non parlò, mentre io cercavo di farmi raccontare qualcuna di queste esperienze. Fu generoso, invece, quando si trattò di raccontare episodi avvenuti durante i suoi periodi di comando in varie parti del mondo.

Volle sapere come mi ero trovato con le forze armate e che cosa avevo appreso dai servizi giornalistici svolti in Kosovo, Libano e Afghanistan. Una chiacchierata piacevole, dove io cercavo di misurare le parole anche se la voglia di raccontare ogni minimo episodio era tanta. Ma, d’altra parte, lui le conosceva già perché le aveva vissute. «Va bene - disse - accetto. Penso a qualcosa e le farò sapere». Pochi giorni e Castagnetti mi telefona: «Venga, è pronto». Mi precipito e trovo la sua prefazione: un elogio alle capacità del soldato italiano di gestire situazioni difficili, di rapportarsi con le popolazioni di altri Paesi come pochi sanno fare (e il Libano ne è uno dei principali esempi), e di trovare una soluzione anche quando sembra che non ne esistano. Capacità, “skills” direbbero gli americani, che negli eserciti di tutto il mondo questo modo di agire è oggi chiamato “the Italian way”.

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