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Venerdì, 30 Settembre 2022
Cronaca

«La prima aggressione agli italiani in Libano è un segnale inquietante»

La complessità della situazione, non ha però impedito all'Onu di far rispettare la pace da sette anni. Il generale Bettelli: tradito il popolo libanese

Sono state restituite parte delle attrezzature rubate ai quattro giornalisti italiani in Libano. I quattro, che stanno tutti bene così come lo sono i sette militari che li scortavano, sono stati rilasciati il 6 gennaio dopo essere stati trattenuti da presunti miliziani di Hezbollah nel villaggio di Ayta Ash Shaa, nel profondo sud del Libano, un’area dove il Partito di Dio, sciita e filo iraniano, è maggioritario. La crisi aperta da questo episodio viene esaminata con attenzione da Unifil - la guida è italiana, affidata al generale di divisione Paolo Serra - e dal comando del settore Ovest, diretto dal generale di brigata Antonio Bettelli, comandante della brigata aeromobile Friuli, di Bologna. E’ la prima volta, infatti, che vengono aggrediti gli italiani. Il nostro esercito ha un ottimo rapporto con la popolazione del sud e sono davvero tante le attività di peacekeeping e cooperazione che si svolgono quotidianamente a favore della popolazione in accordo con le autorità locali: per citarne alcuni, dal medical care (infermiere e medici militari che gestiscono ambulatori nei paesi), progetti per l’economia e l’agricoltura, aiuti alle scuole, cura dell’ambiente con i controlli nelle discariche da parte dei nuclei dei soldati Nbc (nucleare, batteriologico, chimico).

Episodi di aggressione, però, nei mesi scorsi si erano già verificati ai danni di altri contingenti. Un blindato di soldati del Ghana era stato circondato e preso a sassate, mentre un’ambulanza francese era stata bloccata e alcuni austriaci depredati. Tutti questi soldati avevano gli emblemi Onu e i mezzi bianchi e ben visibili. Il fatto è che la situazione libanese è complessa e composta di decine di variabili. In Libano esistono 400mila palestinesi che vivono in campi profughi inaccessibili alle stese autorità libanesi. L’esercito sta cercando di rimettersi in piedi e strutturarsi per assicurare il controllo del territorio e l’autorità. L’economia stenta a decollare, anche se ci sono prospettive di sfruttamento di risorse naturali come gas o petrolio in mare. Di positivo c’è la tolleranza religiosa, che si tocca con mano, tra musulmani e cristiani, in ogni zona del Paese. L’unico che è nemico per tutti è Israele. E la recente crisi siriana, che ha spinto in Libano oltre 100mila profughi è un’altra minaccia alla stabilità.

Il Paese dei cedri che prevede la presenza di esponenti di diverse religioni nelle istituzioni, in base a un patto risalente al 1943, anno dell’indipendenza dalla Francia: il presidente cristiano maronita, il primo ministro musulmano sunnita, il presidente del parlamento musulmano sciita, e altri alti funzionari greco-ortodossi o drusi.  Una complessità rispettata grazie a un fragile equilibrio, poi devastato nei decenni successivi da guerra spaventose. Oggi, in tutto il sud si vedono case in costruzione e la bellissima Beirut sta tornando agli antichi splendori, sistema finanziario compreso. Dal 2006, dal termine della guerra dei 33 giorni, con l’invasione di Israele a causa dei continui lanci di razzi da parte di Hezbollah, nel Paese non si è più sparato un colpo. La missione Unifil ha riportato la pace. Ora, si sta aprendo qualche piccola crepa. Il mondo spesso è paese e quest’anno si voterà anche in Libano. L’aggressione può essere ricondotta a una strategia politica di visibilità del movimento armato (regolarmente eletto e con rappresentanti in Parlamento), ma anche ad altro, tutto sempre riconducibile alla complessità endemica del Libano. Il generale Bettelli sta cercando le risposte, insieme a Unifil. Bettelli conosce bene questo Paese: è stato addetto militare all’ambasciata italiana per tre anni. Persona di grande spessore culturale, il generale, oltre che a dirsi dispiaciuto, ha sintetizzato il gesto come “un tradimento ai danni del popolo libanese”. Ma il generale ha anche detto come il contingente debba rialzare la guardia, per garantire e far rispettare la risoluzione 1701, cioè il mandato dell’Onu che ha permesso di mantenere la pace finora e assicurare un futuro alla popolazione.

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