La soglia di percezione del dolore non è uguale per tutti e dipende da varianti genetiche

Una recente ricerca nata all'Università di Siena e proseguita con un’ampia collaborazione internazionale, ha portato alla scoperta di una rarissima sindrome che causa insensibilità al dolore ed alla identificazione della mutazione del gene responsabile, chiamato ZFHX2. Grazie a questa scoperta si aprono nuove prospettive per la lotta al dolore cronico, patologia diffusissima che colpisce, in forme diverse, circa il 30% della popolazione in Europa. La sindrome “Marsili syndrome”, dal cognome della famiglia studiata, venne identificata alla Università di Siena e descritta in un articolo di Giacomo Spinsanti, pubblicato nel 2008. La percezione dello stimolo doloroso (nocicezione), è una delle più importanti funzioni svolte dal sistema nervoso per la difesa dell'integrità corporea. Come per la conduzione di altri stimoli sensoriali, l'elemento principale è il recettore, struttura istologica terminale alla fibra nervosa sensitiva, diffusamente localizzata nei tessuti periferici. Nello studio della fisiopatologia del dolore,  hanno assunto particolare importanza  molecole note come  "Neuropeptidi" e tra questi, le endorfine e la sostanza P.  Endorfina, significa "morfina endogena" ed indica l'insieme delle sostanze ad azione oppiaceo-simile presenti in natura, all'interno del nostro organismo. 

L’efficacia dei farmaci oppiacei utilizzati per la terapia del dolore non è uguale per tutti, ma dipende da alcune varianti genetiche contenute nel DNA. E’ quanto emerge da uno studio pubblicato su Clinical Cancer Research nel 2011 dai ricercatori dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, in collaborazione  con l’Università Norvegese di Scienze e Tecnologia di Trondheim, che ha messo in evidenza 8 variazioni genetiche in grado di influenzare la percezione del dolore e, in particolare, di inibire la risposta ai farmaci che servono per calmarlo. Tra le 8 variazioni genetiche individuate in grado di controllare la trasmissione del segnale nervoso del dolore, sono emerse quelle che coinvolgono il gene RHBDF2 che ha una funzione ancora sconosciuta e il gene  SPON1, che regola la produzione di una proteina che favorisce l’adesione delle cellule nervose sensoriali che si raccolgono così tra loro a formare la fibra nervosa e la crescita dei neuriti, prolungamenti dei neuroni al passaggio dell'impulso nervoso.

Il dolore acuto è un'esperienza complessa con aspetti percettivi ed emotivi legata ad una lesione o ad un processo patologico in atto che ha termine con la guarigione ed  è facilmente diagnosticato e curato. Il dolore acuto si differenzia in varie forme: superficiale, somatico, profondo, viscerale e riferito e la sua funzione biologica si colloca nell'ambito dei sistemi di difesa dell'organismo.  Quando, l'esperienza dolorosa non ha termine con la guarigione della ferita o del processo patologico, ma prosegue in maniera continua o si ripresenta ad intervalli  di tempo per mesi o anni, si parla di dolore cronico, spesso difficile da diagnosticare e causato da malattie croniche o da disfunzioni del sistema nervoso centrale o periferico, ma  può anche dipendere da fattori psicologici ed ambientali. La cura del dolore cronico è complessa, per la difficile identificazione  dei meccanismi di cronicizzazione e per la ricca  componente affettiva. Oggi, i mezzi a disposizione per combattere il dolore sono diversi: farmacologici (anestetici locali, corticosteroidi, Fans, oppiacei, miorilassanti, ansiolitici, antidepressivi); non farmacologici (agopuntura, Tens "Stimolazione Nervosa Elettrica Transcutanea", impianto di neurostimolatori midollari, azione del caldo o del freddo, massaggio, ginnastica, fisiokinesiterapia); chirurgici (ablazioni, neurolesioni ); psicologici e cognitivi (tecniche di rilassamento guidato, ipnosi, tecniche di rilassamento yoga, training autogeno). 

LA CLASSIFICAZIONE DEL DOLORE - Nel 1988, Zimmermann, propose una classificazione del dolore riconoscendo cinque grandi sindromi dolirifiche a cui ogni tipo di dolore può essere ricondotto.  Nel dolore nocicettivo, le terminazioni periferiche sensoriali vengono eccitate da processi patologici; esso è   localizzato in tutto l'organismo (cute, mucose, articolazioni, visceri). Nel dolore neuropatico, le fibre  afferenti diventano   ipersensibili alle stimolazioni, dopo aver  subito un danno  per prolungata  compressione ed alterazioni  biochimiche (ernia del disco, polineuropatia diabetica, nevralgia post herpetica). Nel dolore da deafferentazione, i neuroni del sistema  nervoso centrale, a seguito  della perdita di contatto, per sezioni delle fibre con i recettori periferici, diventano ipereccitabili. Il dolore reattivo è il "circolo vizioso" simpatico descritto da Livingstone nel 1942, oggi noto come simpatalgia riflessa o algodistrofia simpatico-riflessa, nel caso in cui al  dolore si associno manifestazioni di tipo distrofico.  Il dolore psicosomatico è invece dovuto  a problemi psichici e psicosociali  che aggravano un dolore già esistente o vengono tradotti ed espressi nel linguaggio del dolore. E’ comunemente accettata una scala numerica di valutazione del grado di dolore che, come tutte le semplificazioni ha in sé  vantaggi e svantaggi; tra i primi la praticità di comunicazione anche verbale, tra i secondi la difficoltà di classificare la sensazione dolorosa in un numero della scala.

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