Lettera dal carcere: «Noi agenti sempre sotto pressione a continue richieste di risultati»

Pubblichiamo uno stralcio della lettera che alcuni dei poliziotti piacentini arrestati lo scorso 15 aprile hanno inviato al sindacato di polizia Siap: «Ci assumeremo le nostre responsabilità, ma fateci tornare dalle nostre famiglie»

L'ingresso della questura di Piacenza

Pubblichiamo uno stralcio di una lettera che alcuni dei poliziotti piacentini arrestati il 15 aprile scorso dai carabinieri - e che attualmente si trovano ancora in carcere in regime di custodia cautelare su disposizione dl Gip di Piacenza - hanno scritto al sindacato di polizia Siap di Piacenza, ringraziando per la presa di posizione che il sindacato ha avuto contro la immediata colpevolizzazione mediatica, nonostante non si trattasse di iscritti al Siap. «Un sindacato in sostanza - afferma il segretario provinciale Sandro Chiaravalloti - che difende i diritti legittimi aldilà del colore delle tessere sindacali che uno ha in tasca. Un Siap che ribadisce che se saranno giudicati colpevoli dovranno pagare giustamente, ma che come ogni cittadino, sino a sentenza definitiva, sono da considerare al momento innocenti. La divisa non deve essere un privilegio ma neppure deve essere usata come accanimento totale». 

«In questo brutto momento che stiamo attraversando abbiamo davvero bisogno dell'aiuto di tutti, dell'aiuto di quei colleghi che sanno chi siamo, che sanno che abbiamo messo al primo posto della nostra vita il lavoro, trascurando il più delle volte le famiglie. Eravamo sempre pronti, sempre presenti, c'eravamo sempre perché, oltre ad essere attaccati al nostro lavoro, avevamo anche il timore di essere umiliati da un trasferimento. Per la nostra disponibilità eravamo sempre sotto pressione, sempre oggetto di richieste di risultati, sempre risultati, veloci, immediati, con richieste di contattare fonti confidenziali, con richieste di intrufolarci in tutti i settori: sempre le stesse richieste, e sempre con un numero limitato di personale». 

«Ogni uno di noi dovrà rispondere alla magistratura, ognuno di noi dovrà assumersi le proprie responsabilità sugli errori commessi, ognuno di noi dovrà farlo. Possiamo però dire che questi "errori" erano solo finalizzati ad ottenere un buon risultato investigativo, la finalità era sempre quella: ottenere un buon risultato per mettere a tacere le critiche che ci venivano rivolte quotidianamente da tutti». 

Nella lettera si fa poi riferimento a pressioni che gli agenti affermano di aver ricevuto da più parti per ottenere risultati operativi migliori rispetto alla concorrenza con altre forze dell'ordine, in particolare con i carabinieri. 

«Vogliamo solo tornare dalle nostre famiglie, stare vicino a loro per attenuare le loro e le nostre sofferenze, solo questo vogliamo. Dopo quello che è successo, nessuno di noi ha voglia e la forza di compromettere le indagini della magistratura, nessuno di noi vuole complicare ancora di più la propria situazione. Vogliamo solo stare con le nostre famiglie, isolarci da tutti ma avere le nostre famiglie accanto. La famiglia è l'unica cosa che ci rimane, le nostre famiglie sono le persone più importanti che abbiamo e non vorremmo distruggerle come è stata distrutta la nostra carriera, il nostro lavoro».

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