Maltratta la giovane compagna, condannato un 21enne

I due, all’epoca di 19 e 17 anni, convivevano e lei gli ha dato un figlio. Il pm: comportamento medievale. Il giovane dovrà risarcire la ex compagna con 15mila euro. Le difese: «Non c’è una prova, né una denuncia, né un certificato medico e i testimoni hanno negato insulti e botte»

A 19 anni convive con una ragazza di 17, dalla quale ha un figlio. Lei, però, dopo un po’ lo denuncia per maltrattamenti e si arriva la processo. Un ragazzo di 21 anni è stato condannato, il 7 luglio, a due anni di reclusione ( pena sospesa) dal collegio presieduto da Gianandrea Bussi, a latere Lautra Pietrasanta e Ivan Borasi. Il pm Daniela Di Girolamo aveva chiesto la condanna a 3 anni e 3 mesi. I difensori del giovani, gli avvocato Giuseppe Dametti ed Emanuele Solari, hanno chiesto l’assoluzione, perché non ci sono le prove dei maltrattamenti. La ragazza si è costituita parte civile con l’avvocato Nicoletta Passerini. Per la giovane, i giudici hanno disposto un risarcimento di 15mila euro. «Ha sofferto - ha dichiarato Passerini - per quelle sopraffazioni quotidiane che sono arrivate anche agli schiaffi e alla presa per i capelli». La vicenda è avvenuta nel 2018, in Valtdone.

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«Leggeremo le motivazioni della sentenza - hanno affermato Dametti e Solari - poi ricorreremo in Appello. Riteniamo che dal quadro probatorio, come emerso dal dibattimento, ci siano gli spazi per provare l’innocenza del ragazzo». Secondo le difese, invece, non ci sarebbe stato alcun maltrattamento. «Non si può chiedere la condanna di una persona se non ci sono le prove del reato» ha detto Solari. La ragazza, secondo l’avvocato, aveva problemi psicologici che la avevano fatta arrivare a pesare 30 chili. Forse, ha continuato, è rimasta scioccata da episodi di bullismo patiti da bambina. Comunque, nessuno le ha impedito di andare a scuola. Non è vero, ha proseguito Solari, che il papà non curava il bimbo, che adorava il figlio, come emerso da più testimoni. «Non c’è un certificato medico - ha concluso l’avvocato - né una telefonata ai carabinieri per i maltrattamenti. C’è solo la testimonianza della ragazza». Dametti, invece, ha sottolineato come si tratti di due giovanissimi incapaci di comprendere e di esercitare il ruolo di genitori, «è una vicenda delicata e triste». La parte civile, ha affermato Dametti, «dice di non sapere cosa mangiasse il figlio, ma ci sono le testimonianze della sorella di lui che il bimbo prendeva il biberon, e non era allattato al seno. E i testimoni hanno negato di aver mai visto un’aggressione o uno schiaffo. Ipotesi campate sul nulla». La giovane diceva di non avere soldi «quando aveva aperto un proprio conto corrente su cui finiva il denaro che lui le dava». Secondo il pm, infine, il giovane è responsabile del reato. Il pm ha sostenuto che quel comportamento è medievale: l’uomo lavora e la donna sta a casa. Di Girolamo, inoltre, ha ritenuto credibile la testimonianza della ragazza.

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