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Mercoledì, 7 Dicembre 2022
Carabinieri

Bimbo salvo grazie al "dialogo" col padre sequestratore. Il negoziatore è un carabiniere piacentino

Il luogotenente Mirko Gatti figura chiave nella risoluzione del sequestro di Brescia. Ha prestato servizio a Bettola, Bobbio, Sarmato e anche al Nucleo investigativo di Piacenza

E' un carabiniere piacentino la figura chiave che ha permesso di salvare la vita del bambino che è stato sequestrato per una giornata intera dal padre, barricato armato in un'abitazione di Roncadelle, in provincia di Brescia. Il luogotenente Mirko Gatti è un negoziatore dell'Arma dei carabinieri, e grazie al suo costante dialogo con il sequestratore - in questo caso un padre affranto e disperato per la situazione familiare - tutto è andato nel migliore dei modi: l'uomo si è arreso di sua spontanea volontà (scongiurando così un'irruzione del Gis) proprio grazie all'arma più efficace in queste situazioni: il dialogo. E il luogotenente Gatti è un esperto di tutto ciò.
Nativo di Varese, Mirko Gatti vive nel Piacentino ormai da tantissimi anni. Attualmente presta servizio al Nucleo investigativo di Cremona, e ha un curriculum di tutto rispetto. Tanti anni fa iniziò facendo servizio alla stazione carabinieri di Bettola, poi al Nucleo Operativo e Radiomobile di Bobbio, al Nucleo Investigativo di Piacenza e poi come comandante della stazione di Sarmato. Ma soprattutto un lunga quanto importante esperienza nel Reparto operativo speciale (Ros) dei carabinieri di Milano dove si è occupato di antiterrorismo, maturando particolari e specifiche  competenze in varie materie tra cui, appunto, l'abilitazione di negoziatore fatta con il Gruppo di Intervento Speciale, il mitico Gis dei carabinieri, dal quale dipende direttamente in questi casi.

«È stata dura, soprattutto considerando che c'era coinvolto un bambino piccolo. Emozionante, altalenante. Di sicuro la trattativa più lunga che mi sia mai capitata di affrontare». Così il luogotenente Mirko Gatti ha descritto, in una lunga intervista al Corriere della Sera, il suo intervento, estenuante ma risolutivo, nel caso di Brescia, descrivendo anche alcuni momenti della trattativa in filo diretto telefonico tra lui e il padre del bambino: «Mi sono interessato a lui e alla sua storia con l’obiettivo di comprenderla - ha spiegato al quotidiano milanese - Percepivamo comunque il suo atteggiamento positivo, nonostante i tanti sali scendi nelle conversazioni, non abbiamo avuto paura che tutto finisse in maniera rovinosa». E così, fortunatamente, alla fine è stato.
«Il segreto - conclude - è riuscire a entrare in empatia con la persona che si trova dall’altra parte del telefono, abbattendo pian piano quel muro iniziale che inevitabilmente erige».

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