"Negri", inaugura a Palazzo Gotico la mostra del reportage di Andrea Pasquali nel Tigrè

"Negri" è il racconto fotografico di un viaggio dove tutto ha inizio, in Etiopia, al confine con l’Eritrea: un reportage realizzato dal giornalista e fotoreporter Andrea Pasquali per la BBC 

La locandina

“Negri” è uno sguardo che vuole andare oltre i colori della pelle, oltre i facili giudizi o i pregiudizi. Oltre ogni ipocrisia. “Negri” è il racconto fotografico di un viaggio dove tutto ha inizio, in Etiopia, al confine con l’Eritrea: un reportage realizzato dal giornalista e fotoreporter Andrea Pasquali per la BBC. 

La mostra, realizzata con il patrocinio del Comune di Piacenza, sarà presentata alla stampa e inaugurata VENERDÌ 18 DICEMBRE alle 18.00 presso il Salone di Palazzo Gotico e resterà aperta al pubblico fino al 10 gennaio. 

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Negri, un titolo forte. E’ una provocazione?

«La parola Negro è offensivo nel nuovo italiano politically correct sempre più attento alla forma e sempre meno alla sostanza – spiega Andrea Pasquali - Oggi si dice nero, oppure “di colore”; termini che lavano la coscienza di tanti popoli europei ex colonialisti pieni zeppi di vecchi sensi di colpa e di nuove frustrazioni, ma soprattutto pieni di paura impotente di fronte a un cambiamento epocale: masse enormi di uomini, donne e bambini si muovono come mai prima d’ora abbandonando le aree povere del Pianeta e spostandosi verso quelle “ricche”. Invadendole, dicono in molti». Che idea ti sei fatto di un problema tanto complesso come quello dell’immigrazione?

«Siamo di fronte a una migrazione senza precedenti. E l’Europa ha paura. Un’Europa già travolta da mille problemi proprio quando si credeva a un punto d’arrivo stabile e che invece oggi si trova a dover fare i conti con otto anni di crisi che hanno stravolto dinamiche economiche credute immutabili, con il terrorismo e il suo business inquietante e con l’inasprirsi di conflitti ideologici interni che sembravano sepolti nella storia. L’arrivo dei “negri” fa paura. Ed è inutile nascondersi dietro al politically correct: in molti chiamano così le migliaia di facce scure che sbarcano a Lampedusa e poi salgono verso nord riempiendo metropoli, città, paesi. Tanti di questi nuovi arrivati delinquono, tantissimi si trovano ad accettare lavori che i “bianchi” non vogliono più fare. In ogni caso sono qui, e continuano ad arrivare. Flussi costanti scanditi da tragedie che macchiano di sangue le acque del Mediterraneo e aprono qualche piccolo squarcio (troppo piccolo) sul peggior traffico di esseri umani che la storia abbia mai registrato dai tempi dello schiavismo».

Un problema che l’Italia vive in prima linea.

«Si, l’Italia è in prima linea e soffre più della quasi totalità degli altri Paesi europei, benché alla fine si ritrovi con un numero largamente inferiore di immigrati stanziali. Il primo impatto è perlopiù italiano. Ma quel traffico di esseri umani inizia in Africa, inizia appena fuori (quando non già all’interno) dei tanti campi profughi sparsi in terre lontane, problematiche, povere. E sconosciute. Parte da lì il viaggio della speranza di migliaia di uomini».

Cosa vuole raccontare la mostra di questo reportage?

«Quando un uomo decide di mettere a repentaglio la sua vita e quella della sua famiglia per affrontare un’odissea il cui esito spesso è la morte, vale la pena capire perché lo fa. Capire da dove fugge. E capire significa vedere. La mostra fotografica “Negri” è uno spaccato di quello che ho visto nella regione del Tigrai, Etiopia del nord, al confine con l’Eritrea che oggi, sotto la presidenza di Isaias Afewerki, è considerata (a ragione o a torto) una delle più dittature più dure e sanguinose del mondo. Il dato di fatto è che dall’Eritrea fuggono a migliaia e arrivano in Etiopia: un Paese tra i più poveri del mondo ma che, con grande fatica, sta tentando di dare un futuro ai suoi giovani. E lo fa investendo nelle università e nella sanità». 

Quali sono state le tappe del tuo viaggio?

«Il mio reportage si è sviluppato tra Addis Abeba, caotica capitale etiopica, a Mekele, capitale del Tigrai; poi da lì ad Adigrat e su fino a Zalambessa, a un tiro di schioppo dal confine eritreo segnato da uno spago al quale erano appese bottiglie di plastica vuote e presidiato da militari armati. Lì, a Zalambessa, la devastazione della guerra tra Etiopia ed Eritrea (che ha portato all’indipendenza di quest’ultima nel 1993) è ancora drammaticamente evidente. Da Zalambessa mi sono spostato a Shirè attraversando cave di pietra dove lavorano per pochi birr al giorno perlopiù donne e ragazzini, fino ad arrivare a Sheraro, meta ultima del mio viaggio. A Sheraro è stato costruito e inaugurato nella primavera del 2014 il Maiani Hospital grazie alla generosità di un benefattore italiano, il veterinario toscano Mario Maiani, grazie al lavoro della onlus italiana IISMAS e grazie all’impegno del professor Aldo Morrone, medico dermatologo che da una vita mette la sua competenza a disposizione di popolazioni che vivono problematiche sanitarie sconosciute ai Paesi sviluppati. Le immagini “raccontano” quelle popolazioni, quella terra, quell’impegno». 

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