Nomadi intercettati al telefono: «Se i carabinieri mi fermano, io sparo»

Operazione Tower, dalle intercettazioni dei carabinieri la storia del capo derubato del rame che dice “meglio essere un gagio…” e il pusher che prende i soldi dei sinti e non gli dà la cocaina. Poi, altri sinti minacciati con pistole e coltelli pensano di denunciare il fatto ai carabinieri

Non ci sono soltanto furti e truffe ad anziani nel carniere delle competenze della banda di sinti azzerata dai carabinieri del Nucleo investigativo, a Caorso e Piacenza, con l’operazione Tower. Dalle indagini coordinate dal sostituto procuratore Matteo Centini sono infatti spuntate anche droga e armi, come pure la richiesta continua di aiuti pubblici e le minacce al sindaco di Caorso. Se è vero che solo in pochissimi episodi si fa riferimento al possesso di armi - anche se in una intercettazione, uno dei sinti vede una pattuglia di carabinieri e dice una frase gravissima: “se mi fermano, io sparo” - è vero che in più occasioni le armi, per lo più rubate durante i furti nelle case, vengono scambiate con la droga, con la cocaina di cui alcuni facevano uso in quantità.

GLI AIUTI PUBBLICI «…la pratica del conseguimento di aiuti pubblici da parte degli enti locali o delle associazioni di volontariato costituisce fenomeno esteso a tutti i membri dell’organizzazione» si legge in un passaggio dell’ordinanza. In alcune intercettazioni, alcune donne vanno dal parroco chiedendo di far ottenere loro pacchi e aiuti perché sono senza “la disoccupazione”.

IL TRIBUNALE DEI SINTI Poi, spunta anche il tribunale interno dei sinti. Fabrizio Maggio, marito di Clarissa Armeni (figlia di Moreno) discute con una persona che lo avverte del rischio che corre Moreno. Quest’ultimo, secondo le accuse, avrebbe coordinato le batterie di donne che andavano a rubare. La persona al telefono avverte Maggio che ci sono sinti di fuori Piacenza «dei comportamenti discutibili di suo suocero Armeni e della contrarietà degli stessi rispetto alle tradizioni sinti». Un’accusa per la quale «dovrebbe essere portato al cospetto delle persone anziane del campo di provenienza della sua famiglia e cioè Tortona». L’interlocutore di Maggio, al telefono, gli dice che cercherà di intervenire «sennò lo gonfiano di botte». Poi lo avverte che potrebbe andarci di mezzo anche lui.

IL CAPO DERUBATO, “MEGLIO GAGIO…” Da una intercettazione telefonica emerge che Rocco Bramante, il leader della banda secondo la procura, è stato derubato di un carico di rame. Un’onta. Bramante parla con un sinti che gli chiede spiegazioni e lui risponde di sapere chi è stato: «…lo so chi è stato… sono stati questi qua della famiglia… gli altri estranei non vengono a rubarmi a me». Poi, Bramante lancia un anatema: «…ma saranno maledetti per tutta la vita… quello che soffro io lo devono soffrire loro… adesso manca anche la fiducia… mica mi fido più io… vanno a rubare dai sinti… ma non dai gagi (termine usato per indicare chi non appartiene all’etnia sinti, ndr)». Infine lo sfogo finale del presunto capo: «…non mai chiedessero più niente… non voglio più nessuno che mi dice qualcosa, da oggi in poi faccio il gagio e meglio essere gagio che essere un sito sento sporco… non esiste vai a rubare alle persone… che vado lavorare tutti i giorni di Capodanno, Pasqua e tutto il giorno al lavoro e loro ti rubano la roba per la droga…». Poi Bramante svolge delle indagini e scopre che il rame rubato è stato rivenduto a una delle due ditte finite nell’inchiesta.

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LE ARMI E L’USO DEL NOME SINTI Scrive il giudice: «L’indagine… ha messo in luce come talvolta le armi siano state oggetto di baratto al fine di acquistare dosi di cocaina dallo spacciatore poi individuato in Romeo Pietta». Ma per intimidire, oltre alle armi, a volte può essere «come la sola appartenenza all’etnia sinti possa rappresentare un elemento utilizzato da alcuni degli accoliti come strumento di minaccia nei confronti di altri». L’episodio a cui si riferisce la frase è il tentativo di far intervenire sinti da Milano nei confronti di un bar che teneva la musica alta e disturbava chi abitava nel campo di Caorso. Oltre all’episodio della macchina dei carabinieri che li segue - e dove uno dei sinti dice che “se mi fermano, non mi fermo… gli sparo” - la pistola riemerge anche in occasione della compravendita di cocaina.
RAGGIRATI DAL PUSHER Un pusher prende i soldi dei sinti, poi scappa senza consegnare la coca. Partono le telefonate, dove un sinti avverte un altro di essere stato fregato dallo spacciatore (“l’ho pagato… ce l’ha messa nel c…”). Parte la caccia in auto nella zona di Lodi. Il pusher viene visto in strada: «Ma spaccagli la faccia… ammazzalo di botte». «Ma sicuramente... lo spacco… lo ammazzo… lo uccido». C’è una situazione confusa, con l’intervento di più persone. Passa un’ora. Il sinti truffato telefona agli altri e dice di essere stato minacciato con pistole e coltelli da due persone: «Andiamo dai carabinieri… mi hanno puntato pistole e coltelli... aveva 40 euro, ho recuperato 20». I 20, spiegherà in seguito, è riuscito a rubarli dall’auto di chi lo aveva minacciato. Poi la fuga precipitosa.

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