«I carabinieri non meritano chi ha disonorato la divisa»

Il procuratore capo Pradella: «La fiducia della procura nell’Arma non è intaccata». Fatti di estrema gravità. Colonna e Centini: «Gettato discredito su chi ogni giorno lavora con impegno tra mille difficoltà»

Da sinistra: Daniele Sanapo, Grazie Pradella, Antonio Colonna, Matteo Centini

«Quelli che esporremo sono fatti di estrema gravità, ma che non intaccano la fiducia della procura nell’Arma dei carabinieri». Ha esordito così Grazia Pradella, procuratore capo di Piacenza, nella conferenza stampa dove è stata presentata l’operazione “Odysseus” che ha coinvolto dieci carabinieri e altre tredici persone, per lo più spacciatori. Pradella, affiancata dai sostituti Antonio Colonna e Matteo Centini, e dal comandante provinciale della Guardia di finanza, il colonnello Daniele Sanapo, ha riassunto le fasi principali dell’inchiesta soffermandosi sulle azioni peggiori che sarebbero state commesse da quei carabinieri. Ha ricordato come sia stata sequestrata la stazione Levante, in via Caccialupo, nella quale sarebbero avvenuti arresti illegali, pestaggi e anche torture (un reato che è stato contestato ad alcuni degli uomini dell’Arma). Quel gruppo di persone in divisa aveva stretto un patto con alcuni spacciatori per rifornire il mercato piacentino durante il lockdown. Grazie al potere del loro ruolo, i carabinieri indagati garantivano l’arrivo in città della droga, soprattutto hascisc, mentre mettevano i bastoni fra le ruote o arrestavano i pusher concorrenti prendendo parte della loro droga e consegnandolo agli spacciatori “amici” per la rivendita. In una occasione, un’auto dei carabinieri avrebbe fatto da staffetta alla vettura di alcuni pusher con il carico di “fumo” destinato alla città. «Faccio fatica a definirli carabinieri. Questi sono comportamenti criminali».

L’obiettivo non era solo quello di eseguire più arresti dei loro colleghi («noi siamo i più bravi») ma anche di arricchimento personale, perché nelle tasche di alcuni militari sarebbero finiti tanti soldi. Per questi il motto dell’Arma “Nei secoli fedele” è durato solo pochi anni. Pestaggi arbitrari nei confronti di piccoli spacciatori, arresti illegali, documenti falsificati e poi inviati alla procura per giustificare le persone finite in manette che, in alcuni casi, non c’entravano nulla. Un elenco di reati che raggiunge la cifra di 23. «Volevano sembrare più bravi degli altri - ha scandito il procuratore - peccato che quegli arresti poggiavano su tesi inventate e tutto era finalizzato all’autoesaltazione». Pradella, ma anche Colonna e Centini lo hanno sottolineato, ha poi ricordato il lavoro e l’impegno della Finanza e della sezione investigativa della Polizia locale, da cui tutto sarebbe partito: «Quegli uomini hanno disonorato la divisa, commettendo reati al pari di criminali. Questo, la maggioranza dei carabinieri non lo merita». Colonna ha affermato che quei comportamenti hanno gettato «vergogna e discredito sui loro colleghi che lavorano ogni giorno in mezzo alle difficoltà e con poco personale».

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