Sabato, 16 Ottobre 2021
Cronaca

«Non abbandonate mai la vostra umanità e onorate la divisa che portate»

In piazza Cavalli il giuramento del 201esimo corso degli allievi agenti della polizia. Gabrielli: «Essere in mezzo alla gente è il significato più vero e più profondo di essere al loro servizio. Un verbo che può apparire desueto e di sudditanza, è invece la ragione sociale della nostra esistenza»

Lo giurate voi? Lo giuro. Alle 11.25 del 22 novembre in piazza Cavalli hanno giurato duecentododici nuovi poliziotti: non accadeva da 23 anni. Sono gli agenti del 201esimo corso dedicato al poliziotto Roberto Antiochia ucciso nel 1985 a Palermo, che si è svolto alla scuola allievi di viale Malta diretta dal primo dirigente Paola Capozzi. Centinaia i piacentini che hanno voluto assistere, altrettanti i parenti dei nuoi agenti. Tutte presenti le massime autorità cittadine. «Antiochia non solo ci ha indicato la strada da percorrere ma anche il modo per farlo - ha detto il capo il capo della Polizia, Franco Gabrielli al fianco del questore Pietro Ostuni -. Questo non vi appaia il solo esercizio retorico, il solito modo stanco di una liturgia che celebriamo nei momenti formali, questa non è retorica, questo è sangue, è carne. Per questo ho ritenuto di stigmatizzare con forza la sentenza che ha ritenuto che sputare a un poliziotto sia un atto di speciale tenuità. Sputare addosso a un poliziotto, a un carabiniere, a un finanziere e a tutti coloro che in divisa servono la patria è un gesto di una gravità inaudita. La divisa che voi portate non è un capo di abbigliamento: è storia, tradizioni, sacrifici e abnegazione. Oggi questa celebrazione assume un significato ancora più importante perché abbiamo l'onore e il privilegio di avere tra di noi il papà di Stefano Villa (poliziotto ucciso nel 1995 in servizio)». «Se è oltraggioso chi non ha rispetto della nostra divisa - ha proseguito -, ancora di più deve essere stigmatizzato chi tra noi non ha rispetto della propria divisa, chi non rispetta il giuramento e chi infanga la storia e i sacrifici. Noi siamo chiamati a servire non a essere serviti, e in questo servizio non abbandonate mai la vostra umanità. Abbiate sempre cura delle vittime, dietro e prima della nostra azione ci sono loro. Essere in mezzo alla gente è il significato più vero e più profondo di essere al loro servizio. Un verbo che può apparire desueto e di sudditanza, è invece la ragione sociale della nostra esistenza. Noi esistiamo perché siamo al servizio delle nostre comunità. Noi siamo i legittimi titolari dell'esercizio della forza per proteggere le comunità perché vivano in sicurezza». 

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