«Non abbandonate mai la vostra umanità e onorate la divisa che portate»

In piazza Cavalli il giuramento del 201esimo corso degli allievi agenti della polizia. Gabrielli: «Essere in mezzo alla gente è il significato più vero e più profondo di essere al loro servizio. Un verbo che può apparire desueto e di sudditanza, è invece la ragione sociale della nostra esistenza»

Un momento della cerimonia (foto Gatti)

Lo giurate voi? Lo giuro. Alle 11.25 del 22 novembre in piazza Cavalli hanno giurato duecentododici nuovi poliziotti: non accadeva da 23 anni. Sono gli agenti del 201esimo corso dedicato al poliziotto Roberto Antiochia ucciso nel 1985 a Palermo, che si è svolto alla scuola allievi di viale Malta diretta dal primo dirigente Paola Capozzi. Centinaia i piacentini che hanno voluto assistere, altrettanti i parenti dei nuoi agenti. Tutte presenti le massime autorità cittadine. «Antiochia non solo ci ha indicato la strada da percorrere ma anche il modo per farlo - ha detto il capo il capo della Polizia, Franco Gabrielli al fianco del questore Pietro Ostuni -. Questo non vi appaia il solo esercizio retorico, il solito modo stanco di una liturgia che celebriamo nei momenti formali, questa non è retorica, questo è sangue, è carne. Per questo ho ritenuto di stigmatizzare con forza la sentenza che ha ritenuto che sputare a un poliziotto sia un atto di speciale tenuità. Sputare addosso a un poliziotto, a un carabiniere, a un finanziere e a tutti coloro che in divisa servono la patria è un gesto di una gravità inaudita. La divisa che voi portate non è un capo di abbigliamento: è storia, tradizioni, sacrifici e abnegazione. Oggi questa celebrazione assume un significato ancora più importante perché abbiamo l'onore e il privilegio di avere tra di noi il papà di Stefano Villa (poliziotto ucciso nel 1995 in servizio)». «Se è oltraggioso chi non ha rispetto della nostra divisa - ha proseguito -, ancora di più deve essere stigmatizzato chi tra noi non ha rispetto della propria divisa, chi non rispetta il giuramento e chi infanga la storia e i sacrifici. Noi siamo chiamati a servire non a essere serviti, e in questo servizio non abbandonate mai la vostra umanità. Abbiate sempre cura delle vittime, dietro e prima della nostra azione ci sono loro. Essere in mezzo alla gente è il significato più vero e più profondo di essere al loro servizio. Un verbo che può apparire desueto e di sudditanza, è invece la ragione sociale della nostra esistenza. Noi esistiamo perché siamo al servizio delle nostre comunità. Noi siamo i legittimi titolari dell'esercizio della forza per proteggere le comunità perché vivano in sicurezza». 

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