«Non è stato possibile essere con loro nel momento della sofferenza, ma li abbiamo comunque accompagnati»

Al Campo Daturi la messa, celebrata dal vescovo Gianni Ambrosio, per tutte le vittime del Covid-19. Il sindaco Barbieri: «Il cordoglio del singolo è diventato il lutto di tutti. Il tempo non cancella e non rimargina la ferita, ma portandone il segno vediamo con occhi diversi la nostra quotidianità»

«Ho perso mia sorella e mio cognato. Se ne sono andati così, senza nessuno intorno. Non abbiamo dato un saluto, né fatto nulla per poterli ricordare pubblicamente. Ci voleva proprio questa celebrazione da parte del vescovo e degli altri sacerdoti, e l’omaggio del nostro 657-2sindaco, che ho molto sentito». La messa al Campo Daturi è finita da qualche istante e due donne vanno subito incontro al sindaco Patrizia Barbieri, che al al termine della celebrazione ha voluto spendere due parole per ricordare quello che è successo a Piacenza dal febbraio scorso a oggi. Una delle due donne - entrambe loro malgrado protagoniste di alcuni lutti familiari - ha trovato conforto nella celebrazione che la città di Piacenza e la Diocesi hanno voluto dare alle vittime del Covid-19, nella mattinata del 20 giugno. Grazie all’impegno degli alpini, monsignor Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza, con altri sacerdoti, ha officiato la funzione religiosa in memoria delle tante vittime di questi mesi, alla presenza di numerose autorità civili e militari e a una folta rappresentanza del mondo del volontariato, oltre a diversi parenti delle vittime del Covid.

«Questa è una messa – ha motivato il vescovo - per le vittime che non hanno potuto ricevere il funerale durante l’emergenza». «Abbiamo atteso una situazione sanitaria meno problematica – ha spiegato durante l’omelia - per poterci ritrovare insieme e celebrare la messa insieme, per questi fratelli e sorelle deceduti a causa della pandemia che ha colpito particolarmente il nostro territorio. È una celebrazione comunitaria anche se molti non hanno la forza e il coraggio di trovarsi ancora fisicamente, hanno ancora la “paura nel cuore”. Ma questa cerimonia coinvolge tutti, siamo una unica comunità che rivolge il pensiero ai parenti e amici morti nella solitudine, senza la carezza dei propri cari».

Le vittime del Covid non avevano vicino parenti e amici. «Anche se tanti infermieri e medici hanno avuto – ha ricordato mons. Ambrosio - quella premura nei confronti degli ammalati che esprime il meglio della nostra umanità. Ora, in questa messa, vogliamo condividere insieme le lacrime di tutti. Siamo una comunità, una famiglia. Ciascuno di noi ha in mente l’immagine del proprio caro, della mamma, del papà, dello sposo o della sposa o di un parente o di un amico che ha fatto parte della nostra storia, della nostra comunità. Non è stato DSC_0317 (FILEminimizer)-2possibile essere con loro nel momento della sofferenza, ma la comunità con le sue preghiere e il suo affetto li ha accompagnati comunque».

Mons. Ambrosio ha elogiato medici e infermieri. «Hanno tutti continuato a lavorare per far sì che la vita potessero continuare. Voglio ricordare, insieme all’impegno degli amministratori pubblici, anche i nostri sacerdoti (sono sei quelli deceduti a causa del Covid, nda) che hanno accompagnato il popolo di Dio nella sofferenza e sono saliti in cielo. Quante persone generose, solidali, fraterne e umili se ne sono andate, sono tutti care nel nostro cuore. Persone che hanno espresso nella loro vita e in circostanze difficili quella carità della vita cristiana, una carità che non si vanta, non si gloria e non cerca il proprio interesse. Non vogliamo dimenticare la sofferenza che è tanta e grande. Nel cuore c’è spazio sia per il dolore che per la carità, sia per il buio che per la luce».

«L’emergenza sanitaria – ha concluso il vescovo – è finita, ma non è finita invece l’altra emergenza: quella socio-economica. Abbiamo DSC_0310-3bisogno di luce e di speranza per guardare al futuro e il Signore dà un fondamento a queste speranze. Abbiamo camminato in una valle oscura, anche Papa Francesco nella piazza di San Pietro vuota ha richiamato quelle “fitte nebbie che si sono addensate sulle nostre città e si sono impadronito delle nostre paure”. Tutti noi siamo stati in difficoltà in questi mesi. Ma il Signore è con noi ed il pastore che ci invita a trovare il nostro giusto cammino. I nostri cari, scomparsi in questi mesi, sono nelle mani di Dio, nelle braccia di Cristo risorto e vivono in quella pace che è la vita eterna».

IL SINDACO: «FERITA CHE NON SI RIMARGINA CON IL TEMPO»

«Mi sono chiesta più volte – ha detto al termine della celebrazione religiosa il sindaco di Piacenza Patrizia Barbieri - in questi tragici mesi, quali potessero essere le parole più opportune per rendere il doveroso omaggio, con rispetto e senza retorica, a tutte le persone che il virus ha strappato ai propri affetti. Ma forse non esistono, le parole giuste, per dare voce al profondo dolore di una comunità intera, perché i sentimenti che proviamo toccano corde intime e diverse nel nostro cuore: l'intensità di un ricordo, la dolcezza di un sorriso, il calore e l'approdo sicuro di quell'abbraccio che ci manca così tanto, il senso di vuoto, lo struggimento di un ultimo saluto mai dato.

Con questo carico di pensieri, la comunità piacentina si stringe oggi a tutti coloro che sono mancati e a tutti i nostri concittadini che non hanno potuto accompagnare i propri cari nell'ultima tappa del loro cammino, rivolgendo un pensiero commosso e partecipe a ciascuno di loro.

Insieme, stamani, abbiamo cercato conforto e speranza nella testimonianza di fede del nostro Vescovo Gianni, riscoprendo il valore di una condivisione che a lungo, per proteggerci, ci è stata negata. Certo, ora è il tempo del fare, dell'agire teso al rilancio, alla ripartenza; eppure, questa celebrazione ci esorta a non avere paura di restare fermi per qualche istante ancora, senza distogliere lo sguardo dalla sofferenza che questo territorio ha vissuto dal 21 febbraio ad oggi.

Non potremo mai dimenticare ciò che è stato. Il suono delle sirene, gli occhi dei nostri operatori sanitari dietro la coltre di mascherine, tute e visiere. Le pagine fitte di necrologi, le tende dell'ospedale da campo. Ma anche la solidarietà che si è fatta strada tra le pieghe dell'isolamento, la fiducia e la gratitudine nei confronti di coloro che hanno lavorato o si sono impegnati come volontari in prima linea, in tutti i settori coinvolti.

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Siamo gente concreta, forte, abituata a rimboccarsi le maniche. Ma il valore della resilienza, con cui in questi mesi abbiamo imparato a misurarci, talvolta può non essere sufficiente. Abbiamo bisogno, per ricominciare, di custodire anche la memoria della fragilità, della vulnerabilità estrema che ognuno di noi ha percepito, per sé e per coloro che amiamo, nella difficoltà dell'emergenza.

Per questo, oggi, è importante riaffermare che i numeri cui il Paese guarda come statistica, valutando l'incidenza dell'epidemia, raccontano per noi la storia di persone che conoscevamo, cui abbiamo voluto bene; e altre di cui forse ignoriamo il nome, il volto, ma la cui scomparsa lascia un vuoto incolmabile per chi resta. Raccontano il dolore di un'intera comunità. Questa è una ferita che il tempo non cancella né potrà rimarginare, ma portandone il segno possiamo vedere con occhi diversi la nostra quotidianità. Ascoltando chi è solo, rispondendo a chi ha bisogno di aiuto. Trovando il modo per dare una mano. Rammentandoci, ad ogni passo, che il più piccolo gesto di sensibilità e vicinanza può fare la differenza.

Qualcuno mi ha domandato, nei mesi scorsi, come si ricostruisce una comunità dopo l'esperienza devastante di questa crisi. Oggi, come allora, vorrei dire che questa coesione e questo desiderio di unità io li ho sentiti crescere, nel corso delle settimane, anche e soprattutto nei momenti più bui. Li ho visti nella dedizione e nel sacrificio di chi si è fatto carico della cura, nella dignità e nell'amore di chi non ha potuto restare accanto a familiari e amici ammalati, nel coraggio e nella tenacia di chi ha affrontato questo nemico. Li ho colti lungo un percorso in cui il cordoglio del singolo è diventato il lutto di tutti. E li avverto oggi, in questo dolore che avrà sempre radici profonde ma sa parlarci, al tempo stesso, di quanto sia preziosa la vita.

Ecco, credo che Piacenza saprà rendere onore a coloro che non ci sono più non solo serbandone il ricordo, ma coltivando come un dono quel senso di appartenenza e di reciproca attenzione di cui tutti condividiamo ora più che mai la responsabilità, affinché non vada disperso. Ai miei occhi, la condivisione di oggi è anche la promessa di una mano tesa, il simbolo della volontà di esserci, gli uni per gli altri. Di questo, nel rinnovare a ciascuno di voi, e a chi non ha potuto essere qui, il mio abbraccio e quello della nostra cittadinanza, vi sarò sempre riconoscente».

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