«Non l’ho picchiata, le ho dato solo due schiaffi. Per lei provavo affetto»

Ha parlato in aula il giovane accusato di di tentato omicidio premeditato, sequestro di persona e stalking. Secondo le accuse, il 24 luglio del 2017, il 25enne avrebbe picchiato e tentato di uccidere, prendendola per il collo, una ragazza con la quale aveva avuto una relazione

Immagine di repertorio

«Non l’ho picchiata. Le ho dato solo due schiaffi. Per lei provavo affetto, attrazione fisica, ma non avrei mai lasciato la mia compagna che mi ha dato un figlio e che amo». Ha parlato in aula, Federico Rossi, il giovane accusato di di tentato omicidio premeditato, sequestro di persona e stalking. Secondo le accuse, il 24 luglio del 2017, il 25enne avrebbe picchiato e tentato di uccidere, prendendola per il collo, una ragazza con la quale aveva avuto una relazione. La 29enne, dopo una serata scandita dalle botte, era riuscita a divincolarsi gettandosi dall’auto in corsa in piazza a Lugagnano, sotto gli occhi di alcuni testimoni. Rossi è tuttora in carcere, in attesa della decisione del giudice a cui l’avvocato difensore ha presentato una richiesta di arresti domiciliari.

Il 27 febbraio il collegio dei giudici, presieduto da Gianandrea Bussi (a latere Fiammetta Modica e Luca Milani) ha sentito diversi testimoni, sia della difesa, con l’avvocato Claudia Pezzoni, sia della parte civile - con l’avvocato Mara Tutone. Il giovane agricoltore con cui la ragazza aveva avuto una relazione tra il 2016 e il 2017, interrotta e poi ripresa, ha risposto alle domande del suo legale: «Quella sera (il 24 luglio, ndr) eravamo in un bar a Fiorenzuola a bere una birra. Volevamo passare qualche ora insieme e poi fare sesso. Tutto era tranquillo». I due poi si sono spostati verso Lugagnano. Secondo Rossi, lei gli chiese «di lasciare la convivente, richieste già fatte in passato. Io dissi di no, che non l’avrei mai lasciata. Lei reagì arrabbiandosi e insultandomi: non hai gli attributi, sei una m… e tuo figlio è una m… come te poi inveì contro la mia compagna». Un rapporto che è degenerato nel tempo: «Lei era una grande amica, a cui chiedevo conforto quando litigavo con la mia convivente. Poi la storia virò verso il sesso. Io dipendevo da lei sessualmente». Una versione conosciuta anche degli altri testimoni ascoltati all’inizio dell’udienza: tutti sapevano di quella relazione e qualche amica o collega di lavoro aveva visto i lividi o aveva raccolto lo sfogo della giovane che raccontava di essere stata picchiata. «Lei mi diceva - ha raccontato l’imputato - che stavo con lei solo per il sesso, ma non era vero». 

Il 25enne ha negato di averla minacciata di morte e picchiata brutalmente in auto, quella sera, e di averle stretto le mani al collo: «Le ho dato due schiaffi, in reazione a quello che aveva detto di mio figlio». Inoltre, secondo il racconto del giovane, lui in piazza a Lugagnano si è fermato «e lei si è gettata dall’auto». Ma se le voleva bene, ha incalzato la parte civile, «perché non si è fermata a soccorrerla»? L’auto riparte. Il ragazzo si ferma in un parcheggio poi va fino al parco provinciale e vi rimane per ore prima di tornare a casa. E qui, la compagna gli dice che lo avevano cercato i carabinieri.

Il pm torna all’ora dell’appuntamento e chiede che cosa abbia bevuto e se in genere beva molto: «Due birre medie. Io produco vino e ne bevo anche due bottiglie al giorno». Dalle domande emerge che da anni è in cura con antidepressivi che se associati all’alcol hanno un effetto negativo sul comportamento.Il giorno dopo, lui comincia a cercarla - «volevo chiederle scusa per gli schiaffi» - e a tempestarla di messaggi e telefonate. In un messaggio scrive che «pagherò con i soldi, la libertà e la vita…non mi abbandonare». E ancora: «Vado dai carabinieri, me lo merito, devo pagare…». E in uno di questi afferma anche che la colpa delle sue reazioni è dell’alcol.

Momenti di imbarazzo in aula quando una testimone della difesa ha deposto. La donna ha raccontato, mentre era al bar Savi in piazza Lugagnano in compagnia di amiche, di aver sentito la 29enne dire che “avrebbe rovinato Federico”. Il pm Centini le ha chiesto chi fossero le nome e lei ha risposto di non voler fare nomi «non me la sento». Attimi di stupore, lei piange. Poi il giudice Bussi le ha ricordato che era una testimone e che aveva giurato di dire la verità. La donna, che rischiava di essere denunciata, ha infine detto con chi era. La prima a parlare nella mattinata è stata la psicologa Maria Teresa Bertè, che assiste la giovane vittima della violenza. Per la psicologa, la ragazza ha un disturbo che deriva da un stress post traumatico.

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