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«Notammo Grassi e Civardi nervosi durante il controllo. Quindi li portammo in questura»

A Milano, davanti alla Corte di Assise, la deposizione dell'assistente di Polizia Francesco Stasi, in servizio alle volanti di Piacenza la notte in cui i due piacentini vennero notati in via Nasalli Rocca mentre si sbarazzavano degli indizi del delitto

Si è svolta in tribunale a Milano, la mattina del 2 ottobre, la seconda udienza per il processo dell’omicidio del professore Adriano Manesco, brutalmente ucciso e poi fatto a pezzi nella sua abitazione del capoluogo lombardo nell’agosto del 2014. I suoi resti vennero poi ritrovati dalla polizia in un cassonetto dei rifiuti alla periferia di Lodi. Sul banco degli imputati davanti alla corte di Assise, per omicidio volontario premeditato e occultamento di cadavere, c’è il piacentino Gianluca Civardi, il 31enne che insieme al complice Paolo Grassi (già condannato all’ergastolo), venne arrestato dagli agenti delle volanti e della Mobile mentre in via Nasalli Rocca tentava di sbarazzarsi degli indizi del delitto gettando tutto in un cassonetto. Davanti al collegio ha deposto l’assistente Francesco Stasi, in servizio alle volanti di Piacenza quella notte. Proprio grazie all’intuito di Stasi e dei suoi colleghi, i due giovani piacentini vennero portati in questura per accertamenti: da lì in poi venne scoperto il delitto con i raccapriccianti particolari.
«Ci aveva chiamato una residente di via Nasalli Rocca insospettita per l’atteggiamento dei due che stavano armeggiando vicino al cassonetto - ha spiegato Stasi ai giudici - e quando siamo arrivati erano anche visibilmente nervosi. Per questo gli ho poi chiesto di dare un’occhiata nello zaino e all’interno dell’auto. Qui trovammo una pistola, le manette, uno storditore elettrico e altro materiale sospetto. Sul sedile posteriore abbiamo poi trovato il computer portatile di un professore milanese, e tutto questo ci ha insospettiti  e capimmo che poteva essere accaduto qualcosa di grave».

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