«Oggi come allora abbiamo bisogno del coraggio», piazza Cavalli gremita per la festa della Liberazione

Erano più di cinquecento i piacentini che hanno partecipato alle celebrazioni del 25 aprile. Come da tradizione il corteo ha reso omaggio al Dolmen per poi arrivare in piazza Cavalli. Sindaco e assessore alla Sicurezza contestati da alcuni antagonisti

Un momento della cerimonia

Erano più di cinquecento i piacentini che hanno partecipato alle celebrazioni del 25 aprile. Come da tradizione il corteo composto dalle autorità, dai labari delle associazioni combattentistiche e dalla banda Ponchielli insieme ai tanti cittadini che hanno voluto prendervi parte è partito dal Pubblico Passeggio per arrivare al Dolmen, monumento dedicato alla Resistenza, dove il sindaco Patrizia Barbieri (e presidente della Provincia) ha deposto una corona di alloro. Il corteo passando per il Corso è arrivato in piazza Cavalli insieme una cinquantina di appartenenti alla sinistra radicale, del collettivo Controtendenza e del Si Cobas, che hanno urlato e inveito contro il sindaco, l'assessore alla Sicurezza Luca Zandonella e in generale contro l'Amministrazione Comunale definita "fascista". Presenti, oltre le autorità militari e religiose, alcuni sindaci del territorio e l'onorevole Paola De Micheli, il presidente del Consiglio comunale Giuseppe Caruso e diversi esponenti della maggioranza. In piazza invece il capogruppo Pd in consiglio comunale Stefano Cugini, il consigliere Giorgia Buscarini e Giulia Piroli hanno portato uno striscione "Piacenza medaglia d'oro. Memoria e rispetto". Accanto a loro l'ex sindaco Roberto Reggi (c'era anche Paolo Dosi), la consigliera regionale Katia Tarasconi e i consiglieri comunali del Movimento 5 stelle Andrea Pugni e Sergio Dagnino. Il primo cittadino ha tenuto dal palco il discorso, e come l'anno scorso, è stata pià volte disturbata dai contestatori che sono stati tenuti da una parte della piazza. Sulla sicurezza della manifestazione, alla quale hanno preso parte tantissimi bambini, polizia, carabinieri, guardia di finanza e polizia locale.

Il discorso di Patrizia Barbieri -  «Il 25 aprile di 74 anni fa, un popolo si riversava in piazza per celebrare la Liberazione. Erano donne e uomini, giovani e meno giovani uniti dall’amore per la vita, dal profondo bisogno di pace e democrazia, accomunati - al di là di ogni differenza di classe sociale, cultura o storia personale - da una comune speranza di libertà. Oggi è per me motivo di particolare orgoglio poter ricordare e celebrare in quella stessa piazza, insieme a questo popolo, insieme a voi, quella storica giornata e, soprattutto ricordare il cammino, segnato da ferite anche mortali e dal sacrificio estremo di donne e uomini, che ha condotto a vivere quella giornata di 74 anni fa, ma soprattutto a riaffermare i valori di pace, democrazia e libertà. E’ lo stesso sacrificio che ha unito altre generazioni di italiani; i tanti eroi del Risorgimento, che sotto la bandiera forte del concetto di Nazione Unita imbracciarono le armi per difendere la nostra Patria. O le schiere dei militari italiani che per garantire a questo Tricolore di poter sventolare libero sui pennoni, persero la vita nelle trincee sui nostri confini nazionali o in lande straniere sperdute e lontane».

«Generazioni unite nei valori che dovrebbero essere l’essenza di una società civile e di una civile convivenza, ma che troppo spesso vengono messi a dura prova dalla prevaricazione, dalla sopraffazione, dalla violenza non solo fisica degli uni verso gli altri. Per questo motivo, il nostro impegno, oggi, come in ogni giorno del nostro cammino di vita, è quello di rinnovare dentro di noi quei valori, che possono rimanere eterni solo nel momento in cui riusciamo a comprenderne appieno la forza dirompente e a trasmetterla agli altri e alle giovani generazioni. Per questo è giusto e doveroso serbare la memoria di quegli esempi di alto e nobile sacrificio; una memoria che è tanto più condivisa quanto più quegli esempi sono conosciuti e approfonditi, senza concessioni alle derive dell’opportunismo ideologico o al totalitarismo di pensiero. Dobbiamo tenere la nostra storia libera dai carichi dell’ideologia, per poterne comprendere appieno l’esemplare valore e l’insegnamento che dalla stessa ci viene tramandato. Solo tutelando l’integrità storica e i suoi esempi potremo riconoscere in essi i valori su cui si costruisce l’identità di un popolo. E l’identità di un popolo è, per sua stessa definizione, condivisa. La memoria dei giorni della lotta di Liberazione rivive ogni anno in questa solenne celebrazione, ma ancora di più nelle testimonianze e nei simboli che si tramandano giorno dopo giorno, anno dopo anno, fino a oggi».

«Quello che dobbiamo chiederci, oggi, è se anche noi sappiamo condividere e tramandare agli altri quegli ideali di libertà assoluta che animavano esempi quali Renato Gatti e Carlo Alberici, giovani piacentini che trovarono la morte solo alcuni giorni prima di quei giorni di festa. Giovani animati, insieme a tanti altri coetanei, dalla passione per la libertà e il cui sacrificio il Comune di Piacenza, con voto unanime, ha voluto mantenere vivo nel luogo in cui persero la vita, in Piazzale Velleja, attraverso quella lapide di marmo che non è solo riconoscimento al loro sacrificio ma è monito perché lo stesso sacrificio non sia stato vano. Come da monito e insegnamento risuona l’esempio di 18 avvocati partigiani piacentini delle più varie estrazioni culturali e sociali, a testimonianza di un’unione di azione e di intenzione nata all’insegna di valori più alti, quali quelli della libertà e della pace: dal liberale Gaetano Grandi al Comandante Selva (Wladimiro Bersani), dall’ex sindaco Felice Trabacchi all’ex Prefetto Vittorio Minoja, a tutti gli altri “eroi in toga”, come vennero ricordati il giorno dell’inaugurazione della targa in Tribunale di Piacenza due anni fa. Diciotto piacentini, diciotto nomi di piacentini scolpiti nel marmo che, da avvocato, da sindaco, da piacentina, rappresentano il sacrificio, la risolutezza e il coraggio di chi ci ha permesso di essere qui, oggi, donne e uomini, italiani e piacentini liberi. O, ancora, l’esempio di Don Giuseppe Borea, cappellano dei partigiani, ma capace di abbracciare indistintamente il prossimo in nome degli ideali di pace e giustizia».

«Nel periodo storico nel quale ci troviamo a vivere, contraddistinto dagli strascichi di una profonda crisi economica, dalle difficoltà occupazionali e dall’incertezza sull’avvenire dei nostri giovani, a Piacenza, come nel resto d’Italia, i valori della Liberazione, la tenacia, l’orgoglio e la determinazione, la volontà di chi ha combattuto in nome di quei valori, devono essere il più grande incentivo, la forza e la spinta più concreta per costruire le basi del nostro futuro e di quello dei nostri figli. Oggi come allora abbiamo bisogno del coraggio. Oggi come allora dobbiamo guardare avanti con fiducia, per non dimenticare il passato, per difendere l’Italia e la Repubblica italiana che della Resistenza è figlia, i suoi simboli, la Bandiera, la Costituzione e la nostra Libertà. Nelle poche e chiare parole del primo articolo della Carta Costituzionale si sono unite culture diverse, marxista, liberale, cattolica. Ciò è stato possibile in nome di ideali più elevati, che sono quelli della Libertà e della Pace, che sono quelli dell’amore per la nostra Patria e per la Democrazia. Occorre resistere alle spinte contingenti dei fatti e conservare i valori fondanti della nostra convivenza civile. E’ un impegno che dobbiamo a noi, ma soprattutto ai nostri giovani perché celebrino ogni giorno il valore della libertà». 

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