Omicidio Casella, tracce di sangue della vittima sulla pistola, in cucina e sull'auto del figlio

Dibattimento in Corte di Assise: cinque tracce di sangue il cui Dna appartiene a Francesco Casella e la richiesta della difesa di far uscire dal carcere Adriano Casella, accusato di aver ucciso il padre Francesco. I pm hanno dato parere negativo i due pm, mentre il giudice si è riservato di decidere

La pistola per animali

Cinque tracce di sangue il cui Dna appartiene a Francesco Casella e la richiesta della difesa di far uscire dal carcere Adriano Casella, accusato di aver ucciso il padre Francesco, e di affidarlo a una comunità di recupero. Richiesta quest’ultima a cui hanno dato parere negativo i due pm, mentre il giudice si è riservato di decidere. Sono gli elementi principali emersi dall’udienza di questa mattina, 20 ottobre, durante il dibattimento in Corte di assise nei confronti del presunto parricida Adriano Casella, che il 7 luglio del 2013 avrebbe ucciso l’anziano genitore nell’abitazione di Sariano di Gropparello. Inoltre, è imputata anche la sorella Isabella Casella, accusata di occultamento di cadavere.

Davanti ai pm Antonio Colonna e Ornella Chicca sono stati chiamati a deporre alcuni carabinieri del Ris di Parma che hanno eseguito rilievi nell’abitazione di Sariano e sull’auto del figlio. I carabinieri del Ris entrarono in azione due volte, il 17 luglio e il 29. In casa, i carabinieri analizzarono l’esterno dell’abitazione, l’interno e la cantina dove venne rinvenuta la pistola abbattibuoi cin la quale sarebbe stato ucciso Francesco, 78 anni. Adriano avrebbe detto ai carabinieri di aver ucciso il genitore per ottenere il denaro che gli sarebbe servito per liberare dalla prostituzione una albanese, Suada Zylifi. La donna, secondo la procura, invece, avrebbe raggirato Adriano riuscendo a farsi consegnare 70mila euro.

I RILIEVI DEL RIS Gli specialisti del Ris hanno trovato cinque tracce ematiche, il cui Dna corrisponde a quello della vittima. Due tracce di sangue erano sulla pistola, all’esterno e nel proiettile usato per uccidere gli animali (un punzone di ferro che esce e rientra, e con il quale Francesco sarebbe stato colpito al capo una volta stordito. Il corpo dell’uomo sarebbe poi stato trasportato a una ventina di chilometri di distanza e lasciato in un bosco). Altre tracce erano su dei capelli. Altro sangue, sempre attribuibile a Francesco, grazie a sofisticate analisi condotte anche con il Luminol – un liquido che rende visibili le tracce che non si vedono a occhio nudo, è stato rinvenuto sullo stipite della porta della cucina e sul bordo della chiusura del portabagagli della Polo di Adriano.

In casa e fuori, invece, non è stato trovato altro materiale ematico. Numerosi gli oggetti analizzati, ma le impronte digitali erano troppo frammentarie per poter essere repertate. Inoltre, cancellare un’impornta da un oggetto di ferro o di vetro è molto facile. Così come sull’auto, è stata trovata solo quella traccia nel portabagagli. Argomenti sottolineati dai difensori Francesca Cotani, per Adriano, e Andrea Bazzani, per Isabella. Le difese hanno anche sottolineato come sia impossibile dire a quando risalgano le tracce. Alla domanda del pm se sia possibile che esistano due Dna uguali il capitano dei carabinieri Fabiano Gentile ha risposto: «Scientificamente esiste una possibilità su 18.906 miliardi di miliardi».

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LA RICHIESTA DI LIBERTA’ Cotani ha poi presentato un’istanza al presidente Italo Ghitti - a latere Maurizio Boselli, oltre ai giudici popolari – per far trasferire Adriano Casella nella comunità Papa Giovanni XXIII, a Rimini, dove potrebbe seguire un percorso di recupero. I due pm hanno dato parere negativo perché il reato di cui si sarebbe macchiato è molto grave, inoltre dal carcere Adriano avrebbe dimostrato di essere in grado di manipolare fatti e dichiarazioni che potrebbero inquinare le prove. La Corte si è riservata.

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