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Cronaca

Dalla saliva del fratello al sangue sul comò: come il Ris identificò il presunto assassino di Gambarelli

Delitto di via Degani nel 2013. Prosegue il processo in Corte d'Assise per l'assassinio di Giorgio Gambarelli. Imputato irreperibile e latitante è Alì Fatnassi. In aula parlano i carabinieri del Ris di Parma

Prosegue il processo in corte d’Assise per l’assassinio di Giorgio Gambarelli, ammazzato il 27 luglio 2013 nella sua abitazione di via Degani a Piacenza. Imputato irreperibile da allora è il 32enne tunisino Alì Fatnassi difeso dall’avvocato Emilio Dadomo. E’ accusato di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione.  E’ verosimile che Fatnassi si trovi in Tunisia, Paese che però non prevede l’estradizione in Italia. In tutti questi anni si è sperato, invano, che rimettesse piede in un paese UE per poterlo arrestare. In aula, davanti al giudice Gianandrea Bussi (a latere Sonia Caravelli e i giudici popolari) hanno sfilato nella giornata del 22 novembre altri testi del pm titolare delle indagini, Ornella Chicca.  La sorella, il fratello e un nipote della vittima si sono costituiti parte civile con l’avvocato Matteo Dameli. I

Per primi hanno parlato il maggiore dell’Arma Alessandro Coli e Biagio Amata, entrambi all’epoca in forza al Ris di Parma, poi Carmelo Auditore e Pietro Santini dell’allora Nucleo Investigativo che si occuparono del delitto, insieme ad altri colleghi che hanno parlato nelle scorse udienze, infine ha testimoniato anche il successore di Rocco Papaleo alla guida del Nucleo, il colonnello Massimo Barbaglia. Per ultimo ha parlato un nordafricano che nel 2013 abitava con l’imputato insieme ad un altro connazionale: ha spiegato come con la sparizione di Fatnassi si volatilizzarono anche circa mille euro custoditi nell’abitazione che dividevano.  Il cadavere del fisioterapista fu trovato riverso terra tra il letto e la parete della camera, supino, senza abiti e con la gola tagliata. A dare l’allarme la sorella che non sentiva Giorgio da troppe ore. A scoprire il corpo i vigili del fuoco che per entrare dovettero forzare una finestra: la porta d’ingresso era chiusa, le chiavi come l’arma del delitto non furono mai trovate.  Fatnassi fu dichiarato latitante da settembre 2013 e su di lui pende un mandato di arresto europeo. Secondo l’accusa dopo averlo ucciso è riuscito ad espatriare passando da Ventimiglia e dopo essere arrivato in Francia aveva fatto perdere definitivamente le sue tracce.

SANGUE E IMPRONTE - Il maggiore Coli ha ripercorso la repertazione di tutte le tracce ematiche rinvenute nell’appartamento per un totale di 17 tutte riconducibili alla vittima tranne una. «Il sangue - ha spiegato - è stato trovato in quasi tutte le stanze e sulla porta di ingresso, anche nella forma del gocciolamento che indica un soggetto in movimento. L’unico campione che non corrispondeva a Gambarelli fu repertato sulla parte anteriore del cassettone in camera, e fu confrontato con due tamponi salivari appartenenti ad altrettante persone, una era il fratello dell’imputato». «Da quella traccia sul comò estraemmo - ha proseguito - un Dna che evidenziò un codice genetico, la parte che mappa la genitorialità paterna risultò identica allo stesso segmento del fratello dell’imputato (sul quale i militari di Piacenza avevano sospetti ma che era già irreperibile, per questo avevano sottoposto al test il fratello). In buona sostanza, grazie anche ad un software dedicato, i marcatori che indicano il “padre” erano sovrapponibili e quindi che fossero fratelli senza ombra di dubbio era di 27 miliardi di volte più probabile rispetto al fatto che potessero avere un’altra parentela». Amata ha invece offerto alla Corte la spiegazione della repertazione delle impronte digitali: «furono sequestrati e analizzati molti oggetti presenti in casa e furono trovate impronte di persone nordafricane, quelle del padrone di casa e anche quelle dell’imputato identificato nella banca dati anche con un alias».

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