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Omicidio di Niviano / Rivergaro

Tranquilli al bar prima dell'omicidio, dopo le urla sentite dalla vicina di casa: forti colpi, poi il silenzio

Sopralluogo dei carabinieri del Reparto Investigazioni Scientifiche di Parma nell'appartamento di via Monti per accertamenti irripetibili

Omicidio di Niviano. Mentre la difesa del giovane Emanuele Carella (gli avvocati Maurizio D'Andrea e Ilaria Zedda) ha chiesto la consulenza della criminologa Roberta Bruzzone (LEGGI QUI), il sostituto procuratore Matteo Centini e i carabinieri che coordina, continuano ad indagare e a raccogliere elementi sull’efferato assassinio del 58enne foggiano Paolo Troccola ucciso con trenta coltellate nella sera del 9 novembre in un appartamento di via Monti a Niviano (Rivergaro), abitazione che condivideva con altri operai trasferisti che come lui erano impiegati di un’azienda che si occupa di manutenzione strade nel Piacentino. Uno di questi era appunto il 21enne, reo confesso, e che si trova alle Novate con l’accusa di omicidio volontario, l’altro è invece un terzo collega al momento indagato per favoreggiamento: non era presente al momento del fatto ma le sue dichiarazioni non sono state ritenute genuine. 

Nella giornata del 5 dicembre i carabinieri del Ris hanno riaperto l’abitazione chiusa dai sigilli dei colleghi nelle settimane scorse e hanno svolto accertamenti irripetibili sulle tracce di sangue (sia visibili sia invisibili) sulla scena del delitto. Queste infatti forniranno molti elementi utili: la loro forma e posizione concorrono in maniera determinante alla ricostruzione di quanto accaduto e alla definizione della dinamica esatta dei fatti avvenuti nel lasso di tempo in cui Carella e Troccola sono rimasti in quella casa da soli.

L’arma utilizzata, un coltello serramanico di proprietà del giovane foggiano, è stata trovata nei pressi dell’abitazione, in mezzo all’erba poche ore dopo il delitto, mentre sulla felpa e sulle scarpe che Troccola indossava quella sera sarebbe stato trovato del sangue, forse schizzi: saranno analizzati.  Il movente non è ancora emerso, e non è dato sapere – ad oggi - se la furia omicida possa essersi scatenata a seguito di una lite estemporanea o se questa invece possa avere radici ben più profonde e antiche. Di diverso avviso, come ampiamente riportato, la difesa del giovane la quale ritiene che Carella non abbia fatto tutto da solo «sempre che sia stato lui» e che la confessione resa nei giorni scorsi «è incongruente con quanto raccolto sulla scena del crimine». Prima delle 20 del 9 novembre alcune telecamere li hanno ripresi insieme in giro in qualche bar. Da quanto può restituire il filmato i due sembrano tranquilli, poi tornano a casa insieme e accade qualcosa: una vicina – ascoltata dai carabinieri intervenuti in prima battuta – ha spiegato di aver sentito urla e colpi appunto alle 20, poi silenzio. Quel “qualcosa” sono trenta coltellate profonde e furiose che hanno dilaniato il corpo di Troccola.

I soccorsi, 118 e carabinieri, quando sono arrivati si sono trovati davanti la vittima in un lago di sangue in mezzo a vetri rotti, quelli della sua camera da letto. Verosimilmente al momento della lite e dell’aggressione, c’è stata anche una colluttazione, forse il tentativo estremo da parte di Troccola di sfuggire al suo assassino.

Prima della chiamata alla centrale operativa del 118 però anche l’azienda per la quale lavoravano i tre ha ricevuto una chiamata da Carella il quale potrebbe aver spiegato la situazione. Sta di fatto che al momento dell’arrivo dei sanitari e dell’Arma in casa c’erano Emanuele Troccola e il collega rientrato però alle 21 circa, mentre a terra senza vita giaceva il corpo dell'operaio foggiano. Da chiarire inoltre perché il corpo della vittima sia stato spostato e da chi. Al netto tuttavia, la sequenza temporale degli eventi e i movimenti dei tre in casa devono essere ancora compiutamente ricostruiti e verificati dagli inquirenti.

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