Lucciole picchiate, costrette ad abortire e a matrimoni falsi. Sgominata spietata organizzazione di sfruttatori

Dieci ordinanze di misure cautelari, tra cui quattro arresti in carcere: sgominata una potete organizzazione italo albanese che gestiva la prostituzione nella zona della Caorsana

Da sinistra:Giorgio Benvenuti, Antonio Colonna, Pietro Ostuni e Serena Pieri

Picchiate, minacciate di morte, costrette a vendersi tutti i giorni anche quando erano incinte o malate (una è cardiopatica), fatte sposare a cittadini italiani per ottenere la possibilità di rimanere in Italia. Ad alzare il velo su una organizzazione criminale italo-albanese dedita allo sfruttamento e al favoreggiamento della prostituzione a Piacenza, sono state le indagini della seconda sezione della Squadra mobile guidata da Serena Pieri e la sezione di Polizia giudiziaria della Polizia locale guidata dall'ispettore Massimo Mingardi. «Le indagini sono iniziate nel febbraio del 2018 grazie all’intuizione degli inquirenti che hanno poi collaborato in un sincretismo eccellete e proficuo» ha spiegato il sostituto procuratore Antonio Colonna: con lui anche il questore Pietro Ostuni e il comandante della Polizia locale, Giorgio Benvenuti. L’operazione, denominata “Italiani brava gente”, ha portato all’emissione di dieci misure cautelari (quattro in carcere, una persona ai domiciliari e cinque obblighi di firma) nei confronti di altrettante persone accusate a vario titolo di favoreggiamento, sfruttamento della prostituzione e spaccio di droga.

POLIZIA LOCALE POLIZIA 2019-2L’organizzazione vedeva nei ruoli apicali due albanesi che gestivano quattro ragazze connazionali: tiravano le fila, le picchiavano, le controllavano e in un caso una è stata obbligata ad abortire. Prendevano loro i soldi che guadagnavano, circa 2mila euro a testa in pochi giorni. Gli italiani invece, in cambio  di qualche prestazione sessuale gratis, benzina e contanti, si occupavano di fornire il supporto logistico, ossia si intestavano sim telefoniche, contratti di affitto, e portavano le ragazze in strada (principalmente in via Torre della Razza e via Stradiotti). Alcuni di loro, fanno sapere in procura, si erano innamorati delle ragazze. I proventi venivano gestiti dai due stranieri: attraverso prestanome mandavano i soldi, migliaia di euro, in Albania con il canale money transfer. Per dare meno nell’occhio e per permettere alle donne di rimanere in Italia in maniera regolare hanno organizzato quattro matrimoni reali sulla carta, tanto quanto finti nella realtà. La prostituzione avveniva sia su strada sia in appartamento con un notevole giro di clienti piacentini.

A fornire i riscontri delle accuse ci sono numerose intercettazioni sia ambientali che telefoniche. In una, raccontano gli investigatori, si può ascoltare il dialogo tra una delle donne e un albanese: «Non mi interessa se hai i piedi che sanguinano, devi stare dritta perché altrimenti non attiri nessuno». Segno che la donna era controllata a vista. In un’altra intercettazione invece si sente chiaro il rumore degli schiaffi che una delle lucciole stava ricevendo da uno sfruttatore. 

Nei guai, con un ruolo minore e marginale, anche un dipendente comunale che si era innamorato di una delle giovani. In orari non di lavoro e mai sfruttando il suo impiego - tengono a precisare dalla procura - le faceva da driver portandola a lavorare, forse nella speranza di poter essere ricambiato nell’affetto che lui provava. Una branca marginale dell’operazione riguarda anche lo spaccio di cocaina: in carcere è finito un marocchino irregolare che insieme ad uno dei due albanesi spacciava droga.

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