«Paghiamo le tasse per avere i nostri terreni erosi dal Nure»

L'associazione "Rio Chiavica" rilancia due proposte per contrastare i danni provocati dalle piene del torrente: «Rifondiamo il Consorzio idraulico del Nure autofinanziato dai proprietari dei fondi e pensiamo a costruire una diga a Olmo di Bettola»

Il torrente Nure nel territorio vigolzonese

Valnure cantiere aperto. Il Servizio Tecnico di Bacino è all’opera in diverse zone della vallata – la più colpita dall’alluvione del 14 settembre 2015 - per realizzare opere di difesa spondale. L’assessore regionale alla protezione civile Paola Gazzolo, proprio nei giorni scorsi, ha ricordato l’impegno di Governo e Regione e i 20 milioni di euro investiti in cantieri. «Oltre 4 milioni e 400mila euro di lavori – ha detto Gazzolo – stanno partendo in questi giorni». Ma un territorio si sente un po’ dimenticato: Vigolzone riceverà un contributo solamente per la frazione di Carmiano, anch’essa minacciata dall’erosione.

Il medico Umberto Gandi, presidente dell’associazione “Rivo Chiavica” e componente dell’associazione “Tra i Rivi del Nure”, si fa portavoce di una quadro non troppo rassicurante per il futuro. «Abbiamo due problemi: c’è una continua erosione delle sponde del Nure dovute alle piene e dobbiamo far fronte con un continuo ripristino delle prese d’acqua dal terreno per irrigare i campi del vigolzonese. Negli ultimi anni non sono mai arrivati finanziamenti per il territorio di Vigolzone. Siamo stati trascurati, non finiamo mai nel bollettino dei comuni danneggiati che ricevono risorse, è da decenni che non ci sono interventi organici e ne risentiamo. Gli interventi ordinari svolti dal Servizio Tecnico di Bacino in questi anni si sono dimostrati ininfluenti sul decorso del Nure». Il torrente ogni anno “mangia” terreno, soprattutto nelle frazioni di Albarola e a Borgo di Sotto, dove l’alluvione del 14 settembre ha provocato devastazioni ai vicini terreni agricoli. «Paghiamo le tasse per avere terreni erosi, per metri di terra che ogni anno spariscono. Cosa dovremmo fare?». Il periodo estivo permette di pensare a qualche soluzione in vista del prossimo autunno-inverno, che desta un po’ di preoccupazione viste le condizioni del territorio a pochi mesi dall’alluvione. sciopero medici-3

L’associazione “Rivo Chiavica” sostiene da tempo l’importanza della realizzazione di una diga a Olmo di Bettola. «Si può fare una diga eccezionale come quella del lago Resia (Bolzano), non costerebbe molto. Ho notato che molti hanno provato a dare le colpe dell’alluvione alle dighe del Piacentino, ma i danni peggiori li ha avuti il Nure che di opere idrauliche di questo genere non ne ha sul suo percorso. Alcuni geologi locali insistono nel mettere in guardia dall’asporto di sassi e ghiaia dai greti, citando il fiume Ticino, da cui non viene prelevato neanche un sasso. Dimenticano però che il Ticino – nel tratto italiano – è emissario del Lago Maggiore. Problemi non ne hanno». Gandi rilancia perciò il progetto della diga, più volte dibattuto ma mai approfondito dalle istituzioni. «Bisogna smussare gli angoli con chi non vuole intervenire. Ci dicono che la diga è costosa, ma le altre del Piacentino si mantengono bene. Sarebbe importante avere una riserva d’acqua, per scopi irrigui e per l’acqua potabile, anche nel Nure. Dal 20 di luglio non abbiamo il deflusso minimo vitale: significa che chi ha una coltura rischia di perderla. Il deflusso minimo sarebbe sempre garantito se avessimo la diga».

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L’associazione non condivide gli interventi tampone effettuati nel post-alluvione. «L’intervento principale che dovevamo fare in passato era alla sorgente, creando terrazzamenti e mantenendo bene i boschi. Ciò che è stato fatto a Farini dopo il 14 settembre – il muro alto diversi metri per proteggere il paese da future piene, nda - è la rappresentazione dell’errore da non imitare. I genovesi hanno capito sulla propria pelle cosa significa cementificare le sponde: l’acqua prende ancora più velocità e il rischio di riportare conseguenze a causa della piena è più probabile».

Come intervenire allora? «Per la difesa spondale la soluzione è una sola: realizzare pennelli spondali costruiti con gabbioni in rete. Il cemento dura poco, viene eroso e risente troppo delle escursioni termiche. Per quanto riguarda il prelievo di ghiaia ci sono canoni precisi in tutto il mondo su come regimentare un torrente. La Svizzera e l’Alto Adige sono da imitare: il greto deve essere greto, non ci possono essere isole in mezzo, la vegetazione deve essere presente solo sulle sponde, se viene la piena diventa un ostacolo. Si devono regimentare i greti e gli alvei del torrente Nure a scalinata, creando dei tratti con “cascatelle”». A marzo l’intervento sul Nure a Pontedellolio, effettuato con cumuli di ghiaia, è stato spazzato via in una notte per una piena media. «Durano lo spazio di un giorno quegli interventi, la ghiaia è stata messa pure in un luogo sbagliato. Ci vogliono terrazzamenti nel greto e pennelli sulle sponde».

Gandi ricorda un ente che non c’è più e che potrebbe tornare utile per dare risposte. «Nel 1925 nacque il Consorzio idraulico del Nure, che si è sempre auto-finanziato grazie al contributo dei proprietari dei fondi confinanti al Nure. Era una tassa per la difesa del Nure stesso: purtroppo il Consorzio è stato liquidato nel 1996 per decreto ministeriale e bollato come “ente inutile”. Era un ente che non aveva particolari costi, ogni comune aveva impiegava un solo geometra che redigeva un piano annuale di difesa, in base alla consistenza delle piene e ai disastri provocati in inverno dal Nure». Nel periodo estivo, con il torrente in secca, il Consorzio provvedeva a correggere la rotta. «Da allora diamo i soldi al Consorzio di Bonifica e opere di questo genere non ne abbiamo più fatte. Sarebbe meglio distribuire le risorse comune per comune per realizzare le nostre difese spondali. Solo chi vive un territorio da decenni conosce bene la situazione: se ci lasciano fare si commettono meno errori».

Forse la Regione – così almeno avrebbe garantito - intende realizzare durante l’estate alcune difese in gabbia metallica, nel tratto che va da Albarola a Vigolzone. «L’errore più grosso – puntualizza il dottor Gandi - che commette la gente è quello di non capire che si può convivere con l’ambiente mantenendolo sano e allo stesso non far morire di sete i nostri campi. Bisogna solamente affidarsi a chi vive sul posto, lo conosce e capisce le esigenze. Gli agricoltori sono vessati, è diventato difficile coltivare i pomodori, non si conosce più il valore della materia prima. Teniamo presente che gli agricoltori negli ultimi anni hanno cambiato modo di utilizzare l’acqua, di sprechi non ve ne sono grazie all’odierna tecnologia. E poi con la rotazione agricola si riescono ad avere terreni che non hanno molto bisogno di acqua. Fino a Grazzano Visconti abbiamo coltivazioni che non esigono grandi quantitativi d’acqua». «Non riesco a capire – conclude - la mancanza di dialogo su questi temi. Di questi tempi è diventato difficile governare un corso, siamo tornati al Medioevo. Qua non si possono fare interventi organici, ma solo straordinari, che sono veri e propri scempi».

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