Parmigiano, vino e pomodoro: i prodotti dell'Emilia Romagna nel mirino delle agromafie

Parmigiano Reggiano, pomodoro, vino, sono tra i principali prodotti dell’Emilia Romagna nel mirino delle agromafie. È quanto emerge dal terzo Rapporto Agromafie elaborato da Coldiretti, Eurispes, e Osservatorio sulla Criminalità nell’agricoltura

Parmigiano Reggiano, pomodoro, vino, sono tra i principali prodotti dell’Emilia Romagna nel mirino delle agromafie. È quanto emerge dal terzo Rapporto Agromafie elaborato da Coldiretti, Eurispes, e Osservatorio sulla Criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare dal quale viene l’allarme sui rischi di sofisticazione di migliaia di prodotti e generi alimentari che, attraverso complessi meccanismi di alterazione, sofisticazione e contraffazione, sono commercializzati, senza esserlo, come prodotti tipici italiani o come eccellenze italiane. Dal nuovo rapporto risulta ce il business delle agromafie in un anno è aumentato del 10 per cento ed ha raggiunto i 15,4 miliardi di euro nel 2014.

Secondo il rapporto – sottolinea Coldiretti Emilia Romagna – la categoria più contraffatta è rappresentata dai formaggi Dop, tra cui il Parmigiano Reggiano che si ritrova nel mirino di prodotti d’imitazione, come il Parmesan o il Parmesao, prodotti oltre Atlantico e non solo, ma anche di fantasiosi “cheese-kit”. Con una operazione partita ne 2013, i Nac nuclei anti-frodi dei carabinieri hanno segnalato prodotti contraffatti attraverso la vendita di kit “fai-da-te” dotati di attrezzature per produrre Parmigiano Reggiano e altri formaggi, al costo di un centinaio di sterline, diffuso in Nuova Zelanda, Australia e Canda, ma anche Regno Unito e Stati Uniti. Per alcuni prodotti i kit per produrre falsi sono stati realizzati proprio in Italia. È il caso dei “wine kit”, scoperti nell’agosto del 2014 a Reggio Emilia e commercializzati a livello internazionale, che consentivano di riprodurre 24 vini italiani Dop e Igp tra i più noti, tra cui anche vini dell’Emilia Romagna che dopo il Veneto è la regione maggiore produttrice di vino in Italia.

Ancora più incredibile ed inquietante è quanto accade in tema di mercato illegale del pomodoro di cui l’Emilia Romagna è il maggior produttore in Italia. Si legge negli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla contraffazione (scorsa legislatura) che arrivano nel nostro Paese dalla Cina milioni di tonnellate di pomodori che diventano strumento di un’imponente opera di contraffazione ai danni del consumatore, il quale si trova sugli scaffali dei supermercati conserve e barattoli di pomodori riportanti il tricolore italiano, ma contenenti in realtà pomodori provenienti dalla Cina. Ed è bene che si sappia – affermano Coldiretti, Eurispes e Osservatorio Criminalità nell’agroalimentare – che questi pomodori cinesi sono coltivati e prodotti nei “laogai” che sono veri e propri campi di concentramento nei quali sono ammassati decine di migliaia di detenuti politici, dissidenti, piccoli criminali, soggetti ostili al regime, i quali (come nei campi di concentramento nazisti) sono costretti a lavorare fino a diciotto ore al giorno.

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Il terzo rapporto – sottolinea Coldiretti Emilia Romagna – rileva come produzione, distribuzione, vendita sono sempre più penetrate e condizionate dal potere criminale, esercitato ormai in forme raffinate attraverso la finanza, gli incroci e gli intrecci societari, la conquista di marchi prestigiosi, il condizionamento del mercato, l’imposizione degli stessi modelli di consumo e l’orientamento delle attività di ricerca scientifica. Non vi sono zone “franche” rispetto a tali fenomeni. Mentre è certo che le Mafie continuano ad agire sui territori d’origine, perché è attraverso il controllo del territorio che si producono ricchezza, alleanze, consenso: specialmente nel Mezzogiorno, costretto ad aggiungere alla tradizionale povertà gli effetti di una crisi economica pesante e profonda, aggravata dalla “vampirizzazione” delle risorse sistematicamente operata dai poteri illegali. I capitali accumulati sul territorio dagli agromafiosi attraverso le mille forme di sfruttamento e di illegalità hanno bisogno di sbocchi, devono essere messi a frutto e perciò raggiungono le città – in Italia e all’estero – dove è più facile renderne anonima la presenza e dove possono confondersi infettando pezzi interi di buona economia. Vengono rilevati, attraverso prestanome e intermediari  compiacenti, imprese, alberghi, pubblici esercizi, attività commerciali soprattutto nel settore della distribuzione della filiera agroalimentare,  creando, di fatto, un “circuito vizioso”: produco, trasporto, distribuisco, vendo, realizzando appieno lo slogan “dal produttore al consumatore”.

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