«Infortuni sul lavoro un drammatico stillicidio»

Il vicesindaco Cacciatore commemora la tragedia della Pertite: l'8 agosto del '40, 47 persone morirono nell'esplosione della fabbrica bellica. Il discorso completo

Il muro dell'ex Pertite

Sono trascorsi 71 anni, da quell’indimenticabile otto agosto del 1940 che sconvolse e commosse un’intera città. In un pomeriggio d’estate, la prima da quando solo due mesi innanzi era iniziata anche per l’Italia la funesta avventura bellica della seconda guerra mondiale, due esplosioni nella fabbrica di caricamento proiettili della Pertite spezzarono la vita di 47 persone e ne ferirono altre 500. Le cronache dell’epoca raccontano di scoppi violentissimi, tanto da essere avvertiti anche a molti chilometri di distanza.

Piacenza si confrontò improvvisamente con la pericolosità dello stabilimento: nonostante l’esistenza di un terrapieno che circondava il fabbricato dove venivano lavorati i proiettili, si registrarono notevoli danni alla struttura militare e alle abitazioni civili nel raggio di parecchie centinaia di metri, nei quartieri dell’Infrangibile e di Borgotrebbia. In una città ancora lontana dalle tragedie che avrebbero caratterizzato gli ultimi anni del conflitto mondiale, forse ancora ignara di cosa avrebbe significato, quegli scoppi aprirono nelle coscienze dei cittadini uno squarcio drammatico sulle conseguenze della guerra, sulla sofferenza e il dolore di cui è invariabilmente causa, sull’inevitabile coinvolgimento della popolazione inerme e innocente: non solo al fronte o nel buio delle trincee, ma tra le case e le strade frequentate ogni giorno, nella normale quotidianità di ogni famiglia, di ogni persona.

In quel periodo, l’economia era rivolta soprattutto alla costruzione di armi belliche. Piacenza, in particolare, da sempre sede di caserme e stabilimenti militari, era un centro particolarmente attivo per l’industria del settore e questo la portò a subire, prima di ogni altra, gli effetti devastanti di quelle stesse armi che sul territorio venivano realizzate.

All’epoca, ben tremila persone avevano un’occupazione all’Arsenale e nelle sue sedi distaccate: un dato rilevante, che per lungo tempo non ha avuto eguali nel tessuto produttivo del nostro territorio. Attraverso gli anni, il rapporto tra Piacenza e i suoi laboratori militari è rimasto, poiché quei luoghi di lavoro erano e sono parte della città, rappresentando una fonte di reddito per tante famiglie e un modello di impiego altamente qualificato. Al loro interno si sono formate intere generazioni di tecnici e di operai specializzati, alcuni dei quali sono poi diventati imprenditori, dando così vita a un fiorente tessuto di imprese che vanta realtà di eccellenza nel settore della meccanica e dell’elettronica. In quell’agosto del 1940, tuttavia, la Pertite divenne il simbolo delle tragedie legate alla mancanza delle essenziali condizioni di sicurezza e dignità del lavoro. Certo, la città reagì con coraggio e orgoglio all’accaduto e i dipendenti della fabbrica, non appena fu possibile, ripresero le loro attività sopportando anche le fatiche di lunghi trasferimenti per continuare la propria opera, seppur altrove.

Eppure, a settantuno anni di distanza, la riflessione sulla necessità di incrementare la vigilanza nelle aziende e nei cantieri resta doverosa e prioritaria: dall’inizio dell’anno si sono registrati, in Italia, 383 infortuni definiti, in modo tristemente noto, “morti bianche”. Ma si arriverebbe a contarne oltre 680, se si aggiungesser quanti sono stati coinvolti in incidenti stradali mentre raggiungevano la propria sede professionale. Quello degli infortuni sul lavoro è un drammatico stillicidio. Come ha recentemente affermato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, le ragioni e le radici di questo fenomeno vanno ricercate tra le «inammissibili superficialità» e le «gravi negligenze nel garantire la sicurezza dei lavoratori». Come non condividere le parole del Capo dello Stato, secondo cui «l’incolumità e la salute dei lavoratori sono valori primari per la società, e la loro tutela é interesse non solo del singolo lavoratore, ma di tutta la collettività». Credo che, ancor più in questa giornata, tutta la comunità piacentina si senta chiamata in causa: perché appuntamenti come questi, oltre all’importante valore della memoria, del ricordo delle vittime e della solidarietà umana verso i loro familiari, permettono di mettere ancora più a fuoco lo spirito che deve muovere le nostre azioni.

Amministratori pubblici, imprenditori, rappresentanti delle forze sociali, sindacalisti, giornalisti, semplici cittadini: ciascuno, secondo il proprio ruolo, deve sentirsi chiamato a prendere parte a una grande campagna di civiltà. Insieme, possiamo governare il cambiamento, rendere più dignitose le condizioni di lavoro, avere attenzione al rispetto delle leggi. Il nostro vuole essere un Paese moderno, sviluppato e civile, tanto da aver inserito nel primo articolo della Costituzione il principio per cui “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Proprio per questo, non possiamo più tollerare un simile numero di vittime. La cerimonia odierna rappresenta dunque un appello alle coscienze di tutti, perché si sappia trarre dalla storia e dall’esperienza di chi ha vissuto il dramma della Pertite, gli insegnamenti utili per evitare di commettere ancora gli stessi errori. Perché il dolore, e il lutto di tante famiglie che non hanno più visto tornare a casa i propri cari, non debbano più ripetersi.

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