Pestaggio del carabiniere, Forenza: «Criminalizzare il dissenso è sbagliato. Dinamica dei fatti è diversa»

Con la europarlamentare trecento persone appartenenti a diversi centri sociali hanno passato il pomeriggio davanti al carcere delle Novate per portare solidarietà a Lorenzo Canti e a Giorgio Battagliola: li vogliono liberi. I due, insieme a Moustafa Elshennawi ora ai domiciliari, sono finiti in carcere per il pestaggio del carabiniere il 10 febbraio in centro

Eleonora Forenza (foto Gatti)

Davanti al carcere delle Novate nel pomeriggio del 25 marzo c'era anche Eleonora Forenza, deputata al Parlamento europeo dal 2014 nel gruppo Gue-Ngl nella coalizione L'altra Europa con Tsipras. L'europarlamentare è entrata nella casa circondariale per far visita ai due ragazzi arrestati per il pestaggio del carabiniere il 10 febbraio in via Sant'Antonino e all'uscita ha dichiarato: «Li abbiamo trovati in condizioni di salute positive, chiaramente dal punto di vista psicologico c'è  tutta la pesantezza di una condizione di detenzione contro cui stiamo protestando: condividiamo la richiesta di libertà per tutti e due. Criminalizzare il dissenso è sbagliato e ingiusto». E alla domanda: "Anche se è stato picchiato un carabiniere?" ha risposto: «In realtà la dinamica dei fatti andrebbe ricostruita diversamente dal nostro punto di vista. Noi siamo in un Paese dove un pm ha dovuto scontare il prezzo di dire quello che era successo in un processo a Genova, pertanto credo che vadano ricostruite le cose nella loro complessità».

Con lei trecento persone hanno passato il pomeriggio davanti al carcere delle Novate per portare solidarietà a Lorenzo Canti e a Giorgio Battagliola: li vogliono liberi. I due, insieme a Moustafa Elshennawi ora ai domiciliari, sono finiti in carcere su ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Adele Savastano, nei giorni successivi agli scontri di via Sant'Antonino durante il corteo contro l'apertura di Casa Pound in città. Sono accusati di aver picchiato il brigadiere capo Luca Belvedere in forze al Quinto Battaglione di Bologna. L'egiziano, appartenente al Si Cobas, in via San'Antonino avrebbe colpito il carabiniere con lo scudo, Giorgio Battagliola gli avrebbe fatto lo sgambetto e lo avrebbe colpito con un'asta mentre il Canti lo avrebbe preso a calci e pugni. Le indagini sono state coordinate dal sostituto procuratore Roberto Fontana e condotte da polizia e carabinieri. 

I due italiani sono in carcere da allora e trecento persone a vario titolo appartenenti ai centri sociali di Torino, Bologna, Modea, Pisa, Cremona, Parma e una folta rappresentanza del Si Cobas hanno manifestato davanti alle Novate: vogliono Canti e Battagliola fuori dalle Novate e contestano la durezza della misura cautelare in carcere, a detta loro, non giusta e non commisurata ai fatti accaduti. A vegliare sulla manifestazione sessanta uomini in divisa tra reparto mobile di Milano e Genova e battaglione di Milano, oltre agli agenti della Digos e la polizia municipale e i carabinieri della stazione principale e della Levante. Schierati anche gli agenti della polizia penitenziaria.

Solo qualche giorno fa Lorenzo Canti scriveva dalle Novate: «Noi ora dentro il carcere siamo come ostaggi nella rappresaglia dello stato contro i poveri, in una battaglia persa da Minniti, e che ora si serve dei tribunali per reprimere ciò che era giusto e naturale fare: scendere in strada e lottare. Il “pugno di ferro” che mi tiene in carcere con la sola accusa di resistenza è solo un pezzo di carta, e ben più gravi sono le accuse rivolte contro gli altri compagni! La liberazione di Mustafà mi ha riempito di gioia».

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