Piacentino condannato per spaccio è stato assolto in Appello

Coinvolto in una maxi indagine nel 1996, venne condannato a quattro anni e due mesi nel 2006. L’avvocato Brigati: «C'erano solo dichiarazioni di pentiti ed erano contraddittorie». Il giudice: «Il fatto non sussiste»

Era stato coinvolto nell’operazione contro il traffico internazionale di stupefacenti chiamata Iberia. Era finito in carcere in Italia dopo l’estradizione ed era stato condannato nel 2006 a quattro anni e due mesi. Ora, però, P. C.ha ottenuto giustizia. L’uomo, venerdì scorso, è stato assolto il Corte d’appello, a Bologna, perché «il fatto non sussiste». Soddisfatto il difensore di C., l’avvocato Massimo Brigati: «Abbiamo dimostrato l’inattendibilità di chi lo accusava, cioè alcuni collaboratori di giustizia e il giudice ha accolto la nostra tesi».

Il nome di C., insieme con quello di un altro piacentino, era emerso dopo la maxi operazione del 1996 che, partita da Vicenza, portò in carcere 51 persone. A fare i loro nomi erano stati alcuni pentiti, i quali li avevano accusato di aver smerciato almeno mezzo chilo di cocaina. Oltre alle dichiarazioni, gli inquirenti avevano in mano alcune intercettazioni telefoniche.

C., però, in quel periodo era in carcere in Spagna (verrà coinvolto in seguito in altre inchieste legato allo spaccio). L’uomo venne estradato dopo un bel po’ di tempo e finì nell’istituto di reclusione delle Vallette, a Torino. Nel frattempo, la procura vicentina aveva stralciato la sua posizione e i sei faldoni che riguardavano il piacentino – C. è conosciuto soprattutto per aver gestito un noto pub a Cortemaggiore – arrivarono a Piacenza.

Rinviato a giudizio, C. scelse nel 2006 il rito abbreviato e venne condannato dal giudice per l’udienza preliminare alla pesante pena di 4 anni e due mesi di reclusione, sulla base delle dichiarazioni dei pentiti. Il suo avvocato, Brigati, presentò il ricorso in Appello. Secondo il legale piacentino, quei pentiti non sono risultati credibili anche perché dagli atti d’inchiesta erano emersi numerosi momenti contraddittori. Inoltre, al castello di accuse contro C. mancavano molti riscontri esterni. E così il presidente della Corte di appello, Roberto Evangelisti, ha assolto l’imputato perché “il fatto non sussiste».

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