«Se io amministrassi Piacenza? Nominerei Reggi assessore alle rotatorie con un monumento»

Vittorio Sgarbi, dopo il malore che l'ha colpito nei giorni scorsi, si è recato in visita alla mostra a Palazzo Galli su Uberto Pallastrelli. «La prossima sarà su Ignaz Stern. Se fossi il vostro assessore alla cultura? Valorizzerei di più la Ricci Oddi e l’Ecce Homo. Piacenza ha una modesta proposta: meglio non concorra a diventare la capitale della cultura italiana, perderebbe»

Vittorio Sgarbi a Palazzo Galli (foto Bisa)

«Sto bene, eccomi qua a Piacenza con qualche giorno di ritardo». Passata la paura e lo spavento per il malore che l’ha colpito lo scorso 17 dicembre mentre era in auto, Vittorio Sgarbi fa tappa a Piacenza per visitare la mostra su Uberto Pallastrelli, da lui stesso curata nella cornice di Palazzo Galli, voluta dalla Banca di Piacenza. La mostra dedicata al ritrattista piacentino (1904-1991), curata anche da Laura Soprani, Carlo Ponzini, Robert Gionelli con il coordinamento di Cristina Bonelli, Gaia Cremona, Lavinia Curtoni, Roberto Tagliaferri e Valeria Poli, è visitabile fino al 17 gennaio 2016.

«Ora sto bene – esordisce il critico d'arte a Palazzo Galli, accolto dal presidente onorario della Banca di Piacenza Corrado Sforza Fogliani e da alcuni visitatori - sarei dovuto venire a inaugurare la mostra su Uberto Pallastrelli due giorni dopo il mio malore, ma ho visto che sono stato ben sostituito da Casini, che non ha più niente da fare quindi è stato molto bravo. Quella di oggi è solo una visita alla mostra: tornerò prima della chiusura per parlare di Pallastrelli. D’altronde – spiega il critico, tra il serio e il faceto – sono morti i piacentini Fugazza e Arisi, devo pensarci io».

Sgarbi esce dalla sua casa di Ferrara per la prima volta dopo il problma cardiaco che lo aveva costretto a un intervento d'urgenza al policlinico di Modena. «Per la verità prima di venire qui a Palazzo Galli sono passato a trovare nel pomeriggio il principe Meli Lupi di Soragna, poi siamo stati a vedere alcuni quadri di Ignaz Stern a Zibello». Il critico ha così già annunciato una delle prossime mostre piacentine che lo vedranno con un ruolo da protagonista. «La prossima mostra sarà dedicata a questo grande pittore austriaco che ha lavorato in Emilia Romagna, soprattutto a Forlì e a Piacenza. Sarà un numero importante di quadri di chiese. Potremmo dividere la mostra in due sedi – una per città – di un artista così poco considerato».

Sgarbi da pochi giorni si è dimesso da un incarico pubblico a Urbino. E se fosse lei assessore alla cultura di Piacenza, quali sarebbero le sue prime azioni? «Provvederei a dare un incarico importante all’ex sindaco Roberto Reggi perché occorre commemorarlo: non è che gli basti il Demanio, occorre dargli pieno dominio. Lo farei assessore alle rotatorie: la città deve essere grata a lui. Con me assessore ci sarebbe un monumento per lui, che ha dato alla città le più belle rotatorie del mondo». Dopo le battute, Sgarbi prova a prendere sul serio il quesito. «Si potrebbero fare iniziative importanti per la città, come valorizzare la galleria Ricci Oddi. Ho saputo delle proteste e delle dimissioni del presidente della Galleria. E’ la cosa più importante della città quel museo, potrei fare un virtuoso gemellaggio con Palazzo Galli, che è molto attivo. Ho parlato perfino con il Papa dell’Ecce Homo di Antonello da Messina. Vorrei fare prossimamente una mostra con il quadro, se non lo tengono chiuso al Collegio Alberoni. Fossi l’assessore m’impegnerei per valorizzarlo».

Piacenza si candiderà a capitale della cultura italiana per il 2020, ma Sgarbi la pensa diversamente.
«Lo sconsiglio. È meglio che la città non concorra. È talmente modesta la proposta culturale piacentina precedente, che nessuno crederà a quella ventura. Per essere credibili per il futuro, bisogna che ci sia stato un certo passato. E’ un’idea del ministro Franceschini organizzare questa gara tra città. Forse nel 2048, dopo che saranno diventate capitali della cultura tutte le città italiane, Piacenza potrà ambire a essere capitale della cultura. Nell’eventualità di perdere farei a meno di concorrere».

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