Picchia la compagna incinta, condannato per lesioni ma assolto dai maltrattamenti

Un albanese avrebbe reso la vita un inferno alla propria compagna, più volte finita al pronto soccorso. Condannato a sei mesi e 10 giorni. La difesa: non ci sono le prove, lei istigava il figlio parlare male del compagno

E’ stato condannato per le lesioni, ma non per i maltrattamenti perché la sua convivente non aveva sporto la querela. Un albanese di 31 anni, Ariel Shenandiele, è stato condannato dal giudice Gianandrea Bussi, il 18 settembre, a sei mesi e 10 giorni (pena sospesa) per le lesioni nei confronti della sua ex convivente, una romena con cui aveva una relazione a Piacenza.  Il 31enne è stato invece assolto da tutte le accuse legate al reato di maltrattamenti. Il pubblico ministero Monica Bubba aveva chiesto la condanna a due anni e 4 mesi. Alla condanna si era associato l’avvocato Vittorio Antonini, con cui la donna si era costituita parte civile. Il difensore di Dhenandiele, l’avvocato Angelo Mammoliti, aveva invece chiesto l’assoluzione.

La vicenda si era svolta nel 2016. Maltrattamenti protratti nel tempo, botte (diversi i referti del pronto soccorso presentati dalla donna), minacce e insulti. Un clima di paura che, come ha detto il pm, «aveva ingenerato nella donna sofferenze e soggezione». Un comportamento quasi quotidiano, aveva rincarato la parte civile, tanto che anche il figlio minorenne della donna (avuto con un altro uomo) era più volte intervenuto in sua difesa, minacciando l’albanese: «Se tocchi mia madre ti butto giù dalla finestra».

Uno degli episodi più gravi avvenne nel luglio del 2016, quando l’uomo arrivo a colpire con un pugno al ventre la donna, che era incinta. Pochi mesi dopo, un pugno al volta aveva fatto finire la donna al pronto soccorso: «Gli credevo, quando mi diceva che sarebbe cambiato». Una litania, purtroppo, ricorrente in questi rapporti che poi sfociano nella violenza. Nel 2017, infine, quando lei aveva avuto un figlio da lui, l’ennesima lite porta l’uomo ad afferrare per il collo la compagna. Una violenza che ha toccato anche l’uomo, che si sarebbe fermato mettendosi a piangere.

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Secondo la difesa, invece, mancavano le prove di questi atteggiamenti. Lei non ha saputo dimostrare i maltrattamenti. E a dare manforte, ha sottolineato l’avvocato Mammoliti, ci ha pensato il figlio, istigato dalla madre a parlare male del compagno. Inoltre, lei si sarebbe contraddetta: prima avrebbe definito il marito ubriacone, violento e sfaccendato, poi avrebbe ammesso che lui gestiva un locale pubblico.

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