Giovedì, 16 Settembre 2021
Cronaca

«Picchiato dalla penitenziaria». Battaglia in aula, la difesa: «Gli agenti usarono la forza non la violenza»

Prima udienza che vede sul banco degli imputati due graduati della polizia penitenziaria accusati di lesioni aggravate nei confronti di Rachid Assarag. Il fatto risale al 2016. Lo straniero stava scontando una condanna per stupro

Un frame del video delle telecamere di sorveglianza della sezione

E' durata quasi tre ore la prima udienza che vede sul banco degli imputati due graduati della polizia penitenziaria accusati di lesioni aggravate nei confronti di Rachid Assarag. In aula, davanti al giudice Gianandrea Bussi e al pm Monica Bubba, erano presenti gli imputati (Mauro Cardarelli e Giovanni Marro) con i loro avvocati Fabio Maria Giarda e Vittorio Antonini (l’altro legale è Mauro Pontini) e il legale del marocchino che si è costituito parte civile, Bernardo Gentile (che sostituiva il collega Fabio Anselmo, foro di Ferrara). Assarag nel maggio 2016 aveva denunciato di aver subìto violenza da parte del personale della casa circondariale piacentina. Partì l’inchiesta e il sostituto procuratore Emilio Pisante, indagò per lesioni aggravate tre agenti della penitenziaria intervenuti dopo l’ennesima protesta del detenuto che si era barricato in cella. Nel 2017 però Pisante chiese l’archiviazione per tutti e tre, ma l’avvocato Anselmo si oppose e il fascicolo finì al gip Luca Milani il quale rigettò due delle tre richieste del pm ordinando l’imputazione. Di lì quindi il processo del 22 febbraio 2021 dell’ex comandante della polizia penitenziaria e di un ispettore. 

Assarag nel 2016 stava scontando una pena di 9 anni e 4 mesi per violenza sessuale nei confronti di due ragazze avvenuta nel 2008. E nel tempo aveva cambiato tredici carceri diverse. Sposato con una donna italiana (Emanuela D'Arcageli che ha testimoniato) aveva già denunciato alcuni poliziotti del carcere di Parma, dopo aver registrato alcune loro frasi, grazie a un registratore nascosto e poi consegnato alla moglie. L’inchiesta partita nel 2014 venne archiviata dal Tribunale di Parma nel 2016. Dopo Parma venne trasferito alla Novate e successivamente a Bollate per terminare infine la pena a Sassari. Prima girò altri penitenziari (13 in totale) dai quali veniva ciclicamente trasferito per motivi disciplinari. Fu arrestato anche nel giugno 2018 dopo un inseguimento con la polizia: a maggio era stato espulso e rimpatriato ma gli venne data l'autorizzazione a comparire in tribunale a Piacenza per un'udienza che lo vedeva coinvolto, non si presentò e venne scovato dalla polizia nel Comasco dove abita la moglie. Alla vista dei poliziotti ingaggiò con loro un inseguimento che finì con un incidente. All'altezza di Albavilla (statale Como-Lecco) la sua auto si era scontrata con una vettura di passaggio e si era ribaltata. Tentò di di evitare l'arresto minacciando e colpendo di striscio gli agenti con un rasoio. Successivamente venne espulso definitivamente, commutando quindi la pena. Ad oggi è ancora in Marocco. 

IL PROCESSO - Di quanto accaduto tra le 16.30 e le 18.30 circa del 16 maggio 2016 si è parlato nella prima udienza nella quale hanno testimoniato la moglie di Assarag, Emanuela D'Arcangeli e due agenti presenti in servizio quel giorno nella sezione dove sarebbe avvenuto il pestaggio, secondo l'avvocato di Rachid. Due le posizioni che si contrappongono:  la parte offesa che sostiene di essere stata picchiata e trascinata fuori dalla cella con violenza e invece la difesa che nega le percosse e le violenze: «il detenuto è stato portato via a forza da una cella che lui stesso aveva devastato e che era diventata pericolosa per essere portato in un'altra camera dopo svariati e lunghi tentativi di mediazione». Secondo l’avvocato di Assarag ci sono dei video che testimoniano le violenze: sono i video delle telecamere che danno sul corridoio e che non riprendono la cella ma quanto accade fuori. Alle 18.30 si vede che Rachid viene portato via da due agenti che lo tengono sotto le ascelle e un altro per la testa, con la mano sulla nuca. Attorno a loro diverse altre guardie. Durante la lunga udienza sono stati visionati più volte i momenti più importanti. 

Per prima ha parlato la moglie: «Il fatto è accaduto il lunedì e io l’ho visto mercoledì (giorno di colloqui). Me l’hanno portato sulla sedia a rotelle scalzo, con i vestiti strappati e ricoperto da una polvere bianca, aveva un livido sotto un occhio, mi ha detto che gli avevano svuotato un estintore addosso. Il giorno in cui è stato picchiato voleva contattare il suo avvocato, glielo hanno negato e per attirare l’attenzione ha allagato la cella. Mi ha raccontato tutto e io una volta uscita sono andata dai carabinieri dove ho fatto la denuncia. Il giorno del colloquio mi fece vedere dei lividi, ha detto che lo avevano picchiato sia da prono sia da supino, trascinato fuori dalla cella per i capelli. Bagnato con un secchio d’acqua sporca, mi ha detto che gli hanno sputato addosso. Due giorni dopo il deputato pentastellato Vittorio Ferraresi con l’avvocato Fabio Anselmi fecero un’ispezione a sorpresa alle Novate che scatenò molte polemiche. Dopo qualche tempo in un penitenziario succedeva qualcosa e mio marito veniva spostato, è stato un calvario iniziato anni fa e concluso a Piacenza, luogo in cui il disegno si è compiuto. Dopo averlo spostato di peso mi ha detto che lo hanno buttato in una cella con il materasso bagnato. Rachid camminava con una stampella per alcuni problemi di salute e più volte aveva chiesto la sedia a rotelle ma – è emerso in aula – secondo il diario clinico non ne aveva bisogno. La donna a sua volta è imputata in un altro procedimento. È accusata di diffamazione nei confronti dell’ispettore imputato. 

«Ero in servizio quel giorno,  - dice uno dei due agenti sentiti come testi -. Mi chiamarono perché in isolamento c’era un detenuto che dava molto fastidio come spesso faceva. Si era barricato nella cella allagata dallo sradicamento del termosifone di ghisa, era stato divelto uno sportellino di ferro della porta d’ingresso, il tavolino distrutto e alcuni stracci erano stati incendiati. Gridava, era aggressivo. Con lui non era mai possibile nessuna mediazione perché partiva in quarta. Se gli veniva negato qualcosa o non si assecondava una richiesta nell’immediato reagiva con violenza. La situazione era concitata e la cella era diventata pericolosa sia per lui sia per noi. Per la sua tutela si doveva spostare altrove e così abbiamo fatto. Lo abbiamo preso di peso e portato via contro la sua volontà. Potendo usare la forza lo abbiamo fatto per evitare che potesse ulteriormente degenerare la situazione: quella cella era inagibile e troppo pericolosa per tutti, ma non c’è stata violenza». Uno dei due imputati, libero dal servizio e alto in grado, fu chiamato per la situazione che si era venuta a creare «ma era dalle 16.30 si era  - dice il teste – cercata una mediazione, si era cercato di farlo ragionare ma non è stato possibile. C’erano persone con i caschi di ordinanza e alcuni con gli scudi così come previsto in casi simili. Non ho mai parlato direttamente con lui, gli spazi erano piccoli e in cella non potevamo stare tutti. Se si fosse svuotato un estintore non avremmo respirato nemmeno noi, escludo questo, può essere che sia stato usato solo per assicurarsi che gli stracci incendiati fossero effettivamente spenti». «Abbiamo attivato le procedure previste in casi come questo. Era un detenuto che strumentalizzava ogni situazione, di difficile gestione. E’ capitato che spesso incitasse altri detenuti ad autolesionarsi per creare scompiglio e confusione, aveva alcuni amici lì dentro che gli davano retta e lo seguivano nelle sue manifestazioni. Quel giorno si era barricato nella camera, non voleva uscire», ha dichiarato il secondo poliziotto. Infine ha parlato anche il Giuseppe Di Nunno, attuale comandante della stazione carabinieri di Bobbio, che fu all’epoca delegato dal pm ad indagare sull’episodio e ad analizzare i video. L’udienza è stata rinviata.

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