menu camera rotate-device rotate-mobile facebook telegram twitter whatsapp apple googleplay
il dottor Giuseppe Crippa

il dottor Giuseppe Crippa

Pressione arteriosa sotto i 120 mmHg? "Valutare ogni singolo caso"

Il dottor Giuseppe Crippa direttore dell'Unita' Operativa di Ipertensione Arteriosa e Malattie cardiovascolari Correlate dell'AUSL di Piacenza commenta i risultati di uno studio statunitense

Lo Studio SPRINT, pubblicato nel Settembre 2015 e presentato al piu’ importante congresso mondiale di Cardiologia (American Heart Scienific Session),tenutosi a New Orleans nel Novembre scorso, ha suscitato vasta eco in tutto il mondo scientifico ed ha richiamato l’interesse dei milioni di pazienti che soffrono di ipertensione nel mondo. Lo studio infatti e’ stato condotto su oltre 9000 pazienti ultracinquantenni ipertesi, ad alto rischio cardiovascolare (che presentavano cioè altri fattori di rischio oltre all’ipertensione arteriosa, come precedente una malattia cardiaca o insufficienza renale o eta’ superiore a 75 anni, ma non diabete o precedente ictus cerebrale). I soggetti sono stati divisi in 2 gruppi: una  metà e’stata trattata in modo convenzionale per mantenete la pressione massima (o sistolica) al livello oggi raccomandato dalla linee guida internazionali (tra 135-140 mmHg). L’altra metà dei pazienti ha invece ricevuto un trattamento più “intensivo” atto a mantenere la pressione sistolica ad di sotto di 120 mmHg. Lo studio e’ stato concluso prima del previsto perchè i risultati sono apparsi così’ chiari ed a favore del trattamento intensivo, che gli investigatori hanno sentito la necessità’ di diffondere con urgenza i risultati alla comunità’ scientifica, per il possibile effetto “salva-vita” che una modificazione delle abitudini di trattamento potrebbe portare alla vastissima popolazione di ipertesi (si calcola che in Italia gli ipertesi siano oltre 15 milioni e nella provincia di Piacenza circa 80.000).

Infatti i pazienti che avevano raggiunto un valore di pressione inferiore a 120 mmHg avevano ottenuto una riduzione di un terzo del rischio di eventi cardio-vascolari (infarto cardiaco, ictus, scompenso cardiaco) ed una riduzione di un quarto del rischio di morte. Abbiamo perciò chiesto la Dr. Giuseppe Crippa, direttore dell’Unita’ Operativa di Ipertensione Arteriosa e Malattie cardiovascolari Correlate dell’AUSL di Piacenza, di commentarci i risultati dello studio e  l’eventuale applicabilità’ dei limiti di pressione utilizzati nello studio.

Dr. Crippa, cosa pensa dello studio clinico SPRINT?

Ho letto con molto interesse l’articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine  che porta i risultati preliminari di uno studio che rappresenta indubbiamente una pietra miliare nel campo degli studi sull’ipertensione arteriosa. Va innanzitutto notato che i risultati si riferiscono ad una popolazione particolare. Di età’ maggiore di 50 anni, senza diabete mellito (che nella pratica clinica e’pero’ spesso associato all’ipertensione) e che non aveva sofferto in passato di problemi ischemici cerebrali (ad esempio ictus). Quindi l’eventuale applicabilità di un limite di pressione al di sotto di 120 mmHg NON può essere considerato, almeno al momento, per pazienti affetti da Diabete o con precedente ischemia cerebrale.

La seconda osservazione è’ che i risultati degli studi clinici (compreso lo SPRINT)  si applicano alla popolazione generale e non al singolo individuo. Infatti non e’ possibile applicare pedissequamente una qualunque osservazione scientifica senza considerare le caratteristiche individuali del paziente che abbiamo di fronte.  Ad esempio, se cercassimo di abbassare a tutti i costi la pressione al di sotto di 120 mmHg in un paziente che ha, per problemi vascolari, una riduzione di flusso sanguigno al cervello, alle coronarie od ai reni, potremmo provocare più danni che benefici.

Quindi nella pratica clinica lei consiglia di abbassare  il limite massimo della pressione arteriosa da 140 a 120 mmHg?

La domanda mi imbarazza non poco. Perché nella pratica clinica un valore di 120 o 140 mmHg e’ “un’etichetta” che non e’ facile “appiccicare” al singolo paziente. Infatti spesso un paziente entra nel mio ambulatorio mostrandomi dei foglietti sui quali sono riportati valori di pressione molto diversi, misurati dal medico, in farmacia o a domicilio, rilevati in diverse ore della giornata. Ma qual’e’ la sua vera pressione, quale’ il valore  per  il quale io dovrei  aumentare o ridurre la dose di farmaco? Per questo dobbiamo considerare prima di tutto il paziente come individuo e non come un valore da inserire in una casellina di un’APP dello smartphone. Nella nostra Unità Operativa  ad esempio, la pressione viene misurata con Monitoraggio delle 24 ore  che fornisce valori medi molto più attendibili di una pur precisa misurazione effettuata nello studio del medico. Utilizziamo strumenti automatici molto precisi che ripetono 6- 12 volte la misura in un breve arco di tempo (6-12 minuti, in occasione della visita). Invitiamo in nostri pazienti a misurare la pressione a domicilio, anche tutti i giorni e più volte nella giornata, per individuare eventuali momenti critici. Nello studio SPRINT la pressione e’ stata misurata dal medico, con strumento automatico ogni 3 mesi, e le modificazioni terapeutiche sono state effettuate esclusivamente sulla base di questi “scarni” dati.

Tuttavia i risultati dello studio sono importantissimi ed il messaggio e’ molto chiaro: dobbiamo trattare meglio e con maggiore intensità molti dei nostri pazienti ipertesi. Lo studio sta inoltre esaminando la malattia renale, la funzione cognitiva, e la demenza tra i pazienti che hanno partecipato. Tuttavia, questi risultati sono ancora in fase di analisi e non sono ancora disponibili. Informazioni aggiuntive verranno raccolte nel corso del prossimo anno. 

Argomenti
Condividi
In Evidenza
Ultime di Oggi
Potrebbe interessarti
In primo piano
Torna su

Canali

IlPiacenza è in caricamento