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In tribunale

Processo don Segalini, il pm chiede sette anni

Si avvia alla conclusione il processo (che si è svolto sempre a porte chiuse) per l’ex parroco di San Giuseppe Operaio arrestato nell’agosto del 2019 dalla squadra mobile della polizia con l'accusa di violenza sessuale nei confronti di alcuni ragazzi della parrocchia

Sette anni. Questa la pena chiesta al termine della requisitoria dal pubblico ministero Emilio Pisante nei confronti don Stefano Segalini, accusato di violenza sessuale. Per il pm però in dibattimento non si è formata la prova che il religioso avrebbe effettivamente somministrato ai ragazzi alcune sostanze per ridurne le capacità, per poi compiere atti sessuali. Nella prossima udienza l’avvocato che lo difende, Mario Zanchetti (foro di Milano) pronuncerà la sua arringa e poi il collegio giudicante si riunirà in camera di consiglio per decidere la sentenza. Si avvia così alla conclusione il processo (che si è svolto sempre a porte chiuse) per l’ex parroco di San Giuseppe Operaio arrestato nell’agosto del 2019 dalla squadra mobile e dopo più di un anno di domiciliari in una struttura sul lago Maggiore, a Verbania, tornato libero nell’ottobre del 2020. Nel maggio 2019 dopo alcuni esposti giunti in Diocesi, l’allora vescovo Gianni Ambrosio lo aveva destituito dall'incarico di parroco della parrocchia, poi le indagini della polizia coordinate dal sostituto procuratore Emilio Pisante e il rinvio a giudizio. La vicenda  provocò un enorme clamore in tutta la provincia, in quanto don Segalini è molto conosciuto e stimato, come avevano testimoniato i tanti fedeli e amici che il 16 gennaio 2020 (all’apertura del processo) avevano voluto dimostragli la loro vicinanza accompagnandolo in tribunale: in molti sostengono l'innocenza del sacerdote e da sempre hanno parlato di «un complotto per fare del male a don Stefano». Durante la scorsa udienza (ma anche in quella del 10 marzo) sono stati ascoltati i testi della difesa e anche don Stefano – durante il suo esame - aveva ha risposto alle domande del pm, del presidente del collegio giudicante Stefano Brusati e del suo legale. Avrebbe ripercorso la vicenda ricordando anche il grande dolore che le accuse che si è visto rivolgere gli hanno procurato. «Ha risposto con chiarezza a tutte le domande e chiarito svariati aspetti. Respingiamo con forza tutte le accuse», aveva dichiarato il suo legale.  In totale i ragazzi che avevano sostenuto di aver subìto abusi erano una decina ed erano stati ascoltati durante le varie udienze. Soltanto uno di questi, all'apertura del dibattimento, si era costituito parte civile ma aveva poi ritirato la sua richiesta. Una circostanza che, indirettamente, aveva quindi fatto uscire dal processo anche la Diocesi di Piacenza che era stata riconosciuta come responsabile civile e quindi tenuta a pagare i danni in caso di condanna del sacerdote.  

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