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Domenica, 26 Giugno 2022
In tribunale

«Nessuna violenza sessuale da parte di don Segalini, solo goliardia diffusa e condivisa nel gruppo»

Prosegue il processo che vede imputato don Stefano Segalini per violenza sessuale nei confronti di alcuni giovani. L'udienza del 23 giugno è stata dedicata alla difesa: «Tutto quello che si poteva smentire è stato smentito, ho chiesto l'assoluzione». Il pm ha chiesto sette anni di reclusione

«Ci sono stati gesti non commendevoli ma che non costituiscono violenza sessuale, e gli episodi contestati come francamente sessuali non sono mai accaduti. Tutto quello che si poteva smentire è stato smentito, pertanto ho chiesto l’assoluzione». E’ questa la netta posizione dell’avvocato Mario Zanchetti (foro di Milano) che difende don Stefano Segalini, a processo per violenza sessuale nei confronti di alcuni ragazzi della parrocchia che guidava. Le indagini erano state condotte dalla polizia e coordinate dal sostituto procuratore Emilio Pisante. Quest’ultimo nella scorsa udienza al termine della requisitoria ha chiesto sette anni di reclusione non tenendo conto del capo di imputazione che vede il don accusato di aver drogato le sue presunte vittime con la “droga dello stupro”: per il pm in dibattimento infatti non si è formata la prova che questa sia stata realmente usata per ridurre le capacità dei giovani per poi abusarne. La giornata del 23 giugno è stata dedicata all’arringa della difesa che è durata circa tre ore, la sentenza arriverà invece a settembre 2022.

«Parlando di comportamenti e gesti non sessuali - dice la difesa - questi sono riconducibili a una goliardia diffusa senza connotati di violenza sessuale: abbiamo prodotto valanghe di fotografie nelle quali si vede che tutti lo facevano a tutti, non è un comportamento piacevole ma socialmente condiviso in questo gruppo di persone. Non ho mai detto che le presunte vittime siano calunniatori quanto che questi che vivevano una situazione troppo famigliare con il sacerdote hanno cominciato a farsi dei racconti». E ancora: «Temo che ci troviamo davanti a quello che si chiama “contagio dichiarativo”. A forza di parlarne uno con l’altro si è montato qualcosa che non corrisponde alla realtà ma ci si crede come fosse genuino e realmente accaduto. Prima racconti orali, poi trascritti e portati identici al vescovo e alla polizia giudiziaria, infine ripetuti sia in fase di indagini preliminari sia a processo, ecco alla fine la persona coinvolta ritiene che il contenuto sia la verità e rispondente al reale».

«Io sono convinto della nostra posizione – dice -, con tutto il rispetto per i ragazzi e i genitori che forse avevano loro ragioni a cercare di interrompere queste serate o vacanze goliardiche che però non sono mai sfociate in violenza sessuale». «Dal punto di vista procedurale  - ha concluso - non c’è competenza territoriale per il tribunale di Piacenza (il primo fatto, che non riteniamo vero, sarebbe avvenuto nel territorio di competenza del tribunale di Trento) e non ci sono le querele né sono valide (l’unica che c’è è un racconto), quindi il processo è improcedibile, nel merito riteniamo e ribadiamo invece che i fatti contestati non siano episodi di violenza sessuale».

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