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Cronaca

Processo per i pass ai falsi invalidi, i medici: «Ma le patologie erano vere»

Sfilata di medici in Tribunale. Soddisfatti gli avvocati della difesa dei quattro imputati (per falso e truffa): «Erano ammalati davvero e hanno avuto le certificazione dall'Ausl»

Numerosi medici sono sfilati questa mattina davanti al giudice Elena Stoppini per l’udienza sul processo per pass ai falsi invalidi. Quattro le persone accusate di falso ideologico e truffa, due fratelli rispettivamente un avvocato e una rappresentante di farmaci, un medico dell’Ausl e il convivente della donna all’epoca dei fatti. Dalle deposizioni dei camici bianchi - tutti sentiti come testimoni -  è emerso come i medici avessero attestato le patologie dei due fratelli che sfociarono poi nel rilascio di certificati di disabilità che attestavano la “sensibile riduzione della capacità di deambulazione”. Certificati tutti esistenti all’Ausl. Inoltre, è stato ascoltato, sempre come teste, il responsabile dell’ufficio permessi di Seta.

L’inchiesta venne condotta dalla polizia municipale, tra la fine del 2010 e il 2011, a partire dall’anomalia di una donna con i tacchi a spillo vista scendere da un’auto che aveva il pass invalidi. L’indagine “affari di famiglia” venne chiamata così perché vi sono coinvolti due fratelli e l’ex convivente della donna. Secondo gli inquirenti, che analizzarono tremila certificati, i certificati medici sarebbero stati “taroccati” per consentire il rilascio del pass. L'Azienda sanitaria si è costituita parte civile. Azione avanzata anche dal Comune che, con l'avvocato Elena Vezzulli, ha chiesto un risarcimento di 20mila euro.

Scatenati gli avvocati dei due fratelli, Eleonora Grossi e Graziella Mingardi. L’ex convivente è difeso dall’avvocato Lorenzo Cea, mentre l’avvocato Cosimo Pricolo è il legale dell’Ausl. Ed è stata schermaglia in aula tra i legali (Mingardi e Grosso) e il pubblico ministero Antonio Colonna, che si sono contestati a vicenda l’ammissibilità o meno di numerose domande, costringendo il giudice Stoppini a diversi interventi per tenere in pugno le redini del processo.

Diversi medici hanno raccontato che l’avvocato, fin dal 1994, soffriva di una patologia al ginocchio, che a causa di un incidente (nel quale venne coinvolta anche la sorella) e di un morbo si è trascinato per anni.

La dirigente Cristina Crevani (responsabile dell’Unità operativa di Igiene Pubblica, che appartiene al Dipartimento Sanità pubblica), superiore del medico indagato, ha detto che i medici del Dipartimento svolgevano certificazioni, ma fino al maggio del 2011, perché poi le visite venivano svolte dalla commissione e dal medico legale. I medici tenevano una copia della certificazione, ma solo per dati statistici. Tutti i medici della Sanità pubblica, infatti, hanno spiegato che non esiste un protocollo unico per la certificazione di disabilità (legate alla deambulazione per il pass invalidi) e che in genere si ascolta il paziente, lo si visita e si acquisisce la documentazione eventualmente prodotta o richiesta.  Insomma, era difficile avere una uniformità di giudizio. Durante un convegno, venne proposta una scheda unica per la certificazione di questa disabilità e Piacenza, nel 2005, decise di adottarla, anche se non era obbligatoria. Un aspetto questo poco conosciuto della sanità, che non depone certo a fare chiarezza fra i cittadini.

 

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