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Giovedì, 2 Febbraio 2023
Cronaca

L'imprenditore Bianchi in tribunale: «Così pagavo Salerno e Filosa»

«Salerno e Filosa mi costavano circa 10mila euro al mese. Ma da quando ho cominciato a pagare Filosa non ho più avuto problemi». A parlare è stato l'imprenditore Fausto Bianchi sentito in tribunale il 25 settembre

“Salerno e Filosa mi costavano circa 10mila euro al mese. Ma da quando ho cominciato a pagare Filosa non ho più avuto problemi”. A parlare è stato Fausto Bianchi, l’imprenditore piacentino sentito oggi, 25 settembre, in aula nell’ambito del processo ad Alfonso Filosa, l’ex direttore della Direzione provinciale del lavoro arrestato nel giugno 2009 dai carabinieri per corruzione, concussione e rivelazione di segreti d’ufficio. L’imprenditore, che sta scontando una pena per bancarotta e che è già stato condannato a tre anni per questa inchiesta (attende il ricorso in Appello), ha raccontato i suoi rapporti con Filosa fin da quando lo ha conosciuto. Con Filosa, il processo vede anche imputato l’imprenditore milanese Morgan Fumagalli, accusato di corruzione. Oltre a Bianchi, oggi sono stati ascoltati come testimoni il luogotenente Pietro Santini, del Nucleo investigativo dell’Arma, la ex moglie di Bianchi, Giuseppina Rosella e il maresciallo della Guardia di finanza Pietro Riso, oltre al commercialista Giuseppe Avella.

Lunga la deposizione di Bianchi che con calma e schiettezza ha risposto alle domande del pubblico ministero Antonio Colonna e a quelle dei difensori di Filosa, gli avvocati Luigi Alibrandi e Benedetto Ricciardi. E la difesa ha riscontrato alcune contraddizioni nei suoi racconti.

L’imprenditore ha deciso di rispondere dopo che il presidente del Collegio, Italo Ghitti ( a latere Maurizio Boselli ed Elena Stoppini) gli aveva detto che avrebbe potuto avvalersi della facoltà di non rispondere. In totale, ha affermato Bianchi, “ho versato a Filosa tra i 70 e gli 80mila euro, ogni volta che lo interpellavo per un problema, che lui risolveva, gli pagavo 2500-3000 euro”. L’imprenditore, che aveva diverse cooperative nel settore delle pulizie industriali, aveva conosciuto Filosa grazie a un amico, Gerardo Mainardi (anche lui coinvolto nell’inchiesta, fu l’uomo fermato dai militari dopo aver consegnato un assegno nell’ufficio di Filosa, tutto sotto gli occhi delle telecamere dei carabinieri). Mainardi disse che poteva aiutarlo a risolvere alcuni problemi. “Pensavo fossero consigli - ha affermato Bianchi - invece capii che si trattava di evitare controlli dell’Ispettorato del lavoro ed escamotage. Pagavo Filosa, e anche Salerno (Gianni, all’epoca segretario provinciale della Cisl, ha patteggiato un anno e sei mesi, ndr), con assegni o in contanti. A volte gli assegni era post datati o scoperti e io gli telefonava quando sul conto c’erano i soldi per incassarli”. Bianchi ha parlato delle forti pressioni di Filosa e che quando i soldi non c’erano lui si “alterava. Mi diceva che se non pago non ti posso aiutare, arrangiati”.

E ancora. Bianchi aveva diverse società La Nuova Pulicenter, la Bianchi spa e per pochi mesi la General Service. Quando le imprese erano con l’acqua alla gola, su suggerimento di Salerno e Filosa, le chiudeva, licenziava il personale e lo riassumeva nella nuova azienda. Una consulenza, questa, pagata 30mila euro. “Diecimila li pagai subito - ha detto in aula - e diedi 5000 in contanti a Salerno e due assegni da 2500 a Filosa”. Inoltre, il personale veniva tutto iscritto alla Cisl. In questo modo, la mobilità dei lavoratori veniva accettata subito.

Poi, Bianchi ha ricordato la falsificazione del Durc (Documento unico di regolarità contributiva) che gli era stato chiesto dal gruppo Bennett e altri. Filosa, ha affermato Bianchi, gliene ha fatto avere uno di una ditta in regola e gli ha spiegato come cambiare i dati.

Infine, un episodio che lascia ancora alcune ombre. Bianchi ha vinto un appalto a Lecco, per le pulizie in un centro commerciale. Gli viene chiesto il Durc. Non ce l’ha. Chiama Filosa: “ci penso io”. Filosa va a Lecco, “contatta il direttore dell’Ispettorato del lavoro, che conosce, e gli dice che faccio parte del suo gruppo, sono sotto la sua ala. Il direttore chiama due carabinieri e dice loro che si sarebbe occupato lui di quella pratica. Ho pagato Filosa con 2500-3000 euro e da allora non ho più avuto problemi”.

Bianchi era stato sentito in carcere dal gip e disse di non aver avuto benefici da quel rapporto con Filosa, gli ha ricordato l’avvocato Ricciardi. Una contraddizione con quanto affermato da Bianchi: oggi ha detto che il beneficio era che aveva continuato a lavorare senza ispezioni. Bianchi ha replicato all’avvocato: “Allora decisi di stare abbottonato, oggi ho deciso di raccontare tutto. Io ho sbagliato, ma anche altri lo hanno fatto”.

L’EX MOGLIE. Tutta le dichiarazioni di Bianchi sono state confermate, anche se tra qualche non ricordo, dalla ex moglie Rosella. La donna, all’epoca era un’impiegata e si occupava del personale. Ha confermato le cifre e detto di aver lei stessa consegnato buste di soldi- “e sapevo cosa contenevano” – a Filosa, che vedeva spesso in azienda a Monticelli. Più tardi, ha raccontato la donna, ho saputo qual era il ruolo di Filosa. “E se non si pagava - ha detti ai giudici - le pressioni erano forti. Filosa diceva che ci avrebbe fatto chiudere”.

La donna ha anche ricordato la falsificazione dei Durc. Fotocopie di originali a cui venivano sostituiti il nome dell’azienda e la matricola, con il bianchetto e usando gli stessi caratteri della macchina per scrivere. Poi, una nuova fotocopia del documento “rigenerato” e il gioco era fatto. La donna ha ricordato anche il pagamento, a cui ha assistito da dietro un vetro nell’ufficio di Bianchi, per la concessione della mobilità dei lavoratori: “Bianchi ha consegnato due buste a Salerno e Filosa. La mobilità era utile, perché la nuova azienda azienda non pagava contributi se assumeva persone licenziate”.

Infine, il maresciallo della Finanza ha parlato della società della figlia di Filosa, Maria Teresa (anche lei condannata a un anno e 8 mesi, come la madre, Rosa Cascone, moglie di Filosa, a sette mesi) che aveva la sede sociale nello studio di un commercialista. Tanti soldi per le consulenze avuti da tante aziende, anche se non sempre l’opera prestata era poi di qualità. E con la carta di credito aziendale, ha documentato la Finanza, venivano fatte spese: arredamento, ristoranti, materiale elettronico e due auto in leasing, una Jaguar e una Fiat 500.

In apertura, aveva terminato la propria deposizione il luogotenente dei carabinieri, Santini. Riprendendo la lunga audizione del 28 giugno, il militare ha parlato della nascita dell’inchiesta e del ruolo fin da subito chiaro di Salerno. E spunta il ruolo di consulente di Salerno per la Lpr. Fumagalli, chiamato “lo svizzero”, è presentato a Salerno da Giorgio Cantarelli (altro sindacalista Cisl, poi condannato a un anno e sei mesi). Più avanti, “lo svizzero” verrà reso edotto da Salerno che esiste una strada per non avere guai. E infatti, Fumagalli pagherà 30mila euro a Cantarelli, in una busta, poi consegnata a Salerno e infine arrivata a Filosa. Salerno tratterrà 15mila euro, e 7.500 a testa andranno a Cantarelli e Filosa.

Fumagalli aveva l’appalto delle pulizie alla Lpr. Michele Passarella, legale di Fumagalli (l’uomo risiedeva in Svizzera, ma poi decise di consegnarsi alla procura ottenendo gli arresti domiciliari), ha posto diverse domande a Santini sottolineando come al suo assistito i soldi siano stati sempre richieste. La difesa, infatti, punta a dimostrare che Fumagalli è concusso e non un corruttore. Santini ha risposto che Cantarelli fece capire a Morgan Fumagalli che la cifra di 30mila era relativa a un anno solo e che per l’anno prossimo avrebbe dovuto pagare ancora. Poi, nel 2009 Fumagalli smise di pagare. Il processo è stato rinviato alla fine di ottobre e il Collegio ha fissato le prossime udienze, arrivando a calendarizzare fino a gennaio 2013.

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