Cronaca

«Per essere libero ho dovuto firmare il falso per forza, prima mi hanno preso a schiaffi»

Caso Levante. Altra udienza del processo celebrato con rito ordinario e che vede imputato Angelo Esposito. In aula sfilano ancora testi dell'accusa che hanno affermato di non conoscerlo. Ripercorsi alcuni episodi i quali non vedono il coinvolgimento dell'imputato

Caso Levante. Altra udienza del processo celebrato con rito ordinario e che vede imputato Angelo Esposito, l’unico carabiniere in forza alla Caserma di via Caccialupo arrestato insieme ad altri militari che ha scelto il dibattimento (nessun sconto di pena). Gli altri colleghi hanno scelto il rito abbreviato (riduzione di un terzo della pena) e la sentenza per loro è arrivata il 1 luglio. Altri coinvolti nella maxi indagine scelsero il patteggiamento, le sentenze arriveranno a settembre. Inoltre sono tuttora aperte altre posizioni di diversi militari per i quali le indagini non sarebbero ancora concluse e che potrebbero dare origine ad altri procedimenti.

Maria Paola Marro-2L’appuntato scelto, ora ai domiciliari (alcuni colleghi hanno ottenuto la stessa misura, altri hanno solo il divieto di dimora nel Piacentino) era in aula con uno dei suoi legali, l’avvocato Maria Paola Marro (foro di Milano). Ha tredici capi di imputazione per sette episodi, tra i quali tortura, spaccio, falso, omessa segnalazione, sequestro di persona. Davanti al collegio presieduto dal giudice Stefano Brusati (a latere Sonia Caravelli e Aldo Tiberti) hanno parlato come testi dell’accusa (i titolari delle indagini, i pm Antonio Colonna e Matteo Centini) otto persone coinvolte in alcuni episodi di cui però Esposito non è accusato.  Nessun teste tuttavia alla domanda del pm Antonio Colonna se conoscesse o mai avesse visto il carabiniere imputato in caserma o altrove, ha risposto in maniera affermativa. «Continuiamo a vedere che non siamo al processo di Esposito ma a quello della Levante tutta. Anche in questa udienza si è parlato di episodi per i quali il mio assistito non è accusato. E comunque nessuno di loro lo ha riconosciuto come presente in caserma», ha detto l’avvocato Marro. In aula anche l'avvocato Paolo Campana con il quale El Sayed si è costituito parte civile per il reato di tortura contestato al militare, con lui l'avvocato Piero Santantonio che rappresenta il Partito per la tutela dei militari (Pdm), anch'esso parte civile. 

«SE FIRMI TORNI A CASA» - Si è ripercorso attraverso il racconto di Luca Montone, Andrea Bonetti, Simonecentini colonna ok 2021-2 Malvicini e Andrea Ruggiero l’episodio (al quale era presente anche Ghormy El Mehedi) dell’11 settembre 2020 e che vede coinvolti Giuseppe Montella, Salvatore Cappellano, Giacomo Falanga e Daniele Spagnolo. L’accusa sostiene che su segnalazione di Ghormy (informatore di Montella) i militari abbiano arrestato Montone con l’accusa di spaccio (27 grammi di marijuana) nei confronti di Andrea Bonetti. Perquisendo la sua abitazione trovarono altri grammi di “erba”, 400 euro, una scacciacani e un manganello telescopico. I militari sono accusati di aver inventato lo spaccio tra Montone e Bonetti che ha poi dato l’abbrivo alla perquisizione a casa. In realtà i carabinieri hanno omesso – secondo l’accusa – di aver controllato al Peep un’auto con a bordo Bonetti (lato passeggero), Malvicini alla guida, Ruggiero e Ghormy nei sedili posteriori, colui il quale avrebbe gettato sotto il sedile di Bonetti alcune bustine di droga poi ritrovate dai carabinieri e che avrebbero giustificato quindi la cessione di droga (mai avvenuta) tra Montone a Bonetti ma descritta nel verbale falso. «Eravamo su quell’auto e abbiamo fumato una canna ma io non avevo altra droga. Improvvisamente sono arrivati i carabinieri che mi hanno fatto scendere dall’auto e mi hanno dato degli schiaffi, chiedevano dove avessi l’altra parte di stupefacente e io rispondevo che non ne avevo», ha raccontato Bonetti. Poi siamo andati tutti in caserma. Ghormy e Ruggiero sono stati lasciati andare con una pacca sulla spalla, io ho preso altri schiaffi da Montella».

«ERO TERRORIZZATO» - Malvicini ha raccontato di essere stato messo in un ufficio e di aver visto dare schiaffi all’amico Bonetti: «Ero terrorizzato. Dopo un po’ ho sentito la voce di Montone (che conosco): lo erano andati a prendere». E infatti Bonetti ha raccontato: «Hanno detto che dovevo dire che la droga era di Montone, dovevo dirlo altrimenti mi toglievano la messa in prova. Ho dovuto firmare per forza. Se firmi vai a casa e non ti segnaliamo, dicevano. Ho fatto come pretendevano, in quel foglio c’era scritto che io avevo avevo comprato la droga da Montone e che avevo 50 euro, in realtà nel mio portafoglio ce n’erano 100 e io non avevo comprato nulla». Nel verbale di Montone non si menziona il ritrovamento della pistola, del manganello e dei 400 euro, nel verbale di Bonetti non compare il nome di Ghormy. «Mi hanno preso a schiaffi e colpito su un fianco. Ero dolorante e rosso in faccia», ha aggiunto Bonetti. Le stesse cose le ha confermate Malvicini.  «Dopo quell’episodio – ha raccontato Bonetti (attualmente detenuto per spaccio alla Novate, nda) avevo paura ogni volta che vedevo una divisa. Io scappavo anche se non avevo nulla addosso». «Bonetti – ha spiegato Ruggiero - chiedeva di non essere schiaffeggiato così forte perché era appena stato dal dentista. A me i carabinieri in caserma hanno detto ti sei giocato il jolly, vai!. Sono uscito e non sono stato segnalato». In quell’occasione non fu segnalato nemmeno Malvicini. Urge ricordare che Bonetti (come Montone) si erano costituiti parte civile con l’avvocato Gianmarco Lupi nel procedimento che vedeva imputati i carabinieri giudicati in abbreviato. Il gup Fiammetta Modica ha riconosciuto la richiesta di Bonetti per un risarcimento di 3mila euro di provvisionale e rimesso al giudice civile la quantificazione del danno. 

GLI ALTRI TESTI - Sono stati ascoltati anche Mattia Stocchi e Antonio Forte. Furono arrestati (Stocchi venne poi prosciolto da ogni accusa e assolto al processo) su soffiata di Ghormy (a sua volta pare minacciato perché portasse più informazioni) in un’abitazione di via Genocchi in città dove i militari trovarono un panetto di circa un etto di hascisc (poi ritenuta ad uso personale di gruppo e non di spaccio), contanti e un chilo di marijuana (poi risultata senza principio attivo). I carabinieri sono accusati di aver ricompensato sia Ghormy sia Hamza (un altro informatore) con parte della droga e altri oggetti tra i quali un anello. Infine ha parlato Shestani Paterson raggiunto sul luogo di lavoro a San Nicolò e poi portato nella sua abitazione il 3 aprile 2020: «Sì, due schiaffoni li ho presi: quando sei in quelle situazioni insomma prendi e taci. Ho subìto altre perquisizioni ma non mi era mai capitato di essere così maltrattato. Mio padre che era in casa con mia mamma, è cardiopatico e per lo spavento ha avuto un malore». «In caserma – ha detto – ho provato a far notare che il quantitativo che avevo era maggiore rispetto alla cifra invece riportata nel verbale».

Nella sua casa i carabinieri trovarono (addosso aveva 300 euro) un chilo e mezzo di marijuana in parte già suddivisa in dosi. Per quel reato Shestani patteggiò due anni.  L’arresto avvenne per la soffiata di Seniguer Megid (spacciatore e informatore di Montella, finito anch'esso nell'indagine Odysseus con l'accusa di spaccio di droga ma che si è anche costituito parte civile con l'avvocato Vittorio Antonini perché anche lui sostiene di essere vittima dei militari infedeli che gli avrebbero sequestrato soldi in contanti come provento di spaccio dichiarando negli atti una cifra inferiore impossessandosene di una parte). I carabinieri Montella, Salvatore Cappellano e Giacomo Falanga il 3 aprile sarebbero quindi andati a colpo sicuro nell'abitazione dell'albanese: sapevano di trovare la droga. Lo arrestarono, presero lo stupefacente e successivamente lo pesarano (1 chilo e 437 grammi di marijuana). Successivamente - come riportano gli atti - si sarebbero appropriati di 362 grammi per darne a Ghormy El Mehdi (70 grammi. Anch'egli finito nella medesima indagine come pusher) e a Seniguer (292 grammi). I due quindi avrebbero ricevuto l'incarico di rivenderla.  Il processo è stato rinviato a settembre.

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