Cronaca

«Nel caso Levante la procura si fece carico di un'assenza di responsabilità dei vertici dell'Arma locale»

Intervista all'avvocato Piero Santantonio che rappresenta il Partito per la Tutela dei diritti del militari costituitosi parte civile nei processi Levante: «Il fine non giustifica i mezzi e si possono verificare devianze comportamentali anche di gruppo nella colpevole inerzia delle gerarchie superiori, forse accecate dagli apparenti risultati numerici»

L'avvocato Piero Santantonio

Il Partito per la Tutela dei diritti dei militari (Pdm) si è costituito - come l'Arma e altri sindacati e persone offese - parte civile nel processo Levante sia quello che si svolge in rito abbreviato scelto da cinque carabinieri, sia quello in ordinario scelto da un solo militare. I carabinieri, tutti in forza alla caserma di via Caccialupo, furono arrestati il 22 luglio 2020 e accusati di svariati e gravi reati nell'ambito della maxi inchiesta Odyssèus della Guardia di Finanza e Polizia Locale. L'indagine portò anche per la prima volta al sequestro di un'intera caserma. L'avvocato Santantonio che rappresenta il Pdm ha chiesto un risarcimento di 150mila euro per il procedimento in abbreviato, mentre la richiesta  per il processo che si svolge in rito ordinario e che vede imputato un solo carabiniere deve essere ancora avanzata. Per far luce, su alcuni meccanismi interni all'Arma, IlPiacenza l'ha intervistato.

Ci riassume la sua carriera militare proprio nell’Arma e il motivo per il quale come avvocato è nel Pdm?

«Mi sono arruolato nell’Arma appena diciassettenne e sono andato in pensione dopo oltre 36 anni con il grado di luogotenente. Ho prestato servizio principalmente in unità investigative con ruoli di comando e operativi. Nel frattempo, mi sono laureato in giurisprudenza con master e corsi di specializzazione di varia natura, sempre inerenti alla criminologia e la vittimologia. La mia carriera nell’Arma dei carabinieri mi ha portato a una conoscenza diretta della schizofrenia del sistema militare, perché se da una parte le forze di polizia a ordinamento militare svolgono un’essenziale funzione di difesa dei cittadini, dall’altra al loro interno si sviluppano sistemi gerarchici assolutamente schizofrenici e avulsi da ogni contesto reale. È un mondo sommerso e chi non l’ha toccato con mano non può né capire né conoscere. Per questo, una volta svincolato dagli obblighi gerarchici di obbedienza, ho partecipato alla fondazione del Sindacato dei Militari, unico sindacato non asservito ai poteri dello Stato, e che per me resta un impegno molto importante».

Quali compiti spettano alle stazioni carabinieri? 

«Le Stazioni dei Carabinieri, pur diversificate dalla territorialità, hanno compiti ben definiti dal Regolamento Generale. In estrema sintesi, alle stazioni spettano compiti di polizia di prossimità e di controllo del territorio. Pur tuttavia, una delle caratteristiche principali dell’Arma, che era quella di essere strettamente intrecciata alla realtà territoriale nella quale operava, è venuta quasi completamente a mancare, salvo casi sporadici dovuti più alla buona volontà individuale che non alla politica dell’Arma. È una delle ragioni per le quali ho trovato necessario aderire al Sindacato, per la difesa dei diritti dei militari che ancora credono nel servizio che presta l’istituzione».

Quali sono i meccanismi e gli strumenti di controllo e ispezione previsti da parte dei superiori sia a livello di compagnia sia a livello provinciale?

«I superiori gerarchici hanno strumenti di controllo sottili, minuziosi e straordinari, che spesso vengono usati in modo improprio in quanto li si intende più per la difesa della gerarchia che non per la salvaguardia dell’Arma nel suo complesso. Il Regolamento Generale dell’Arma (in particolare gli articoli 44 e 46), sarebbe il faro che illumina la missione dei comandanti provinciali e di compagnia dell’Arma dei Carabinieri. Peccato che nella realtà non venga disatteso, bensì male interpretato, a vantaggio sempre della gerarchia e a discapito della “truppa” e delle gerarchie più basse. Questa discriminazione e questa inversione interpretativa del regolamento sono state le spinte fondamentali per le quali ho scelto di diventare avvocato e difendere i diritti dei più “deboli” nelle forze armate».

Visto quanto per ora emerso dalle indagini che cosa non ha funzionato negli strumenti di controllo?

«Semplicemente gli strumenti di controllo non sono stati applicati, evidentemente per ragioni di interesse personale».

Quali sono i criteri di valutazione per le note caratteristiche del personale e per la concessione di ricompense militari? 

«La documentazione caratteristica, come si legge nelle istruzioni sui documenti caratteristici del personale militare delle forze armate, ha lo scopo di registrare tempestivamente il giudizio personale, diretto ed obiettivo dei superiori sui servizi prestati e sul rendimento fornito dai militari, nei limiti dell’interesse riguardante la valutazione delle attitudini e delle attività nell’ambito fisico, caratteriale, intellettuale, culturale e professionale. Costituisce base essenziale di giudizio per lo sviluppo di carriera ed elemento orientativo per l’impiego razionale del militare. Spesso, però, si verificano delle storture e le cosiddette note caratteristiche vengono utilizzate come il bastone e la carota per condizionare il comportamento dei militari».

«Quanto alle ricompense militari, esse sono tributate per “lodevole comportamento e per particolare rendimento”. In ordine di importanza troviamo l’encomio solenne, l’encomio semplice e l’elogio, ma anche queste ricompense vengono gestite e amministrate sovente con criteri molto discutibili. Basti pensare al fatto che nel corso della cerimonia per i 204 anni della Fondazione dell’Arma tenutasi presso la Legione Carabinieri di Bologna nel 2018 i militari della Stazione Piacenza Levante ricevettero una “particolare menzione” per essersi distinti per il ragguardevole impegno operativo ed istituzionale e per i risultati conseguiti soprattutto nell’attività di contrasto al fenomeno dello spaccio di sostanze stupefacenti. Peraltro, il Sindacato dei Militari, come si legge sul suo sito internet sta anche conducendo un’inchiesta sui criteri di attribuzione di encomi ed elogi nelle ambito delle forze armate e i risultati che stanno emergendo sono davvero sconcertanti ed evidenziano un’attività che impegna i vertici dell’istituzione, generali, ammiragli e ministri, come in una gara dove l’inventiva e la più sfrenata fantasia rappresentano le qualità indispensabili per forgiare motivazioni capaci di trasformare l’ordinario in straordinario».

Non è la prima volta che emergono situazioni analoghe più o meno gravi in Italia, posto che ci sono strumenti di controllo ma è evidente che forse non sono sufficienti o adottati correttamente, a cosa dovrebbe tendere l’Arma per evitarle? Cosa c’è da cambiare per impedire che distorsioni di questa gravità accadano anche in un modo così esagerato e continuato? In quest’ambito sindacati e associazioni possono avere un ruolo importante. Se sì, quale?

«L’Arma dovrebbe semplicemente applicare i regolamenti vigenti e in particolare il Regolamento Generale, tuttora attualissimo ma senza ovviamente deviarne le finalità, come pare possa essere successo nel caso di Piacenza. Per cambiare questo stato di cose dovrebbe esserci un ricambio dell’attuale classe dirigente e un ritorno allo spirito di servizio dell’Arma, che fino a pochi decenni fa ancora vigeva.  Prestare servizio nelle forze armate, nell’Arma dei carabinieri in particolare, se vogliamo, non deve essere considerato un privilegio personale, bensì un incarico di servizio al pubblico e alla nazione tutta. Se uno non è disposto a capire l’importanza del proprio ruolo in servizio può scegliere un altro mestiere. In questo ambito i sindacati possono avere un ruolo fondamentale, a patto che siano assolutamente indipendenti e svincolati dalle gerarchie militari, perché come giustamente si legge nella prima pagina del nostro sito internet, “Un sindacato che chiede al datore di lavoro il permesso di esistere non è un sindacato, è altro...”. Questa precisazione è doverosa perché tutti i cosiddetti sindacati esistenti per le categorie delle forze armate hanno chiesto il permesso di “esistere” al Ministro della Difesa (chiunque esso sia), ad eccezione del nostro, che non si è piegato a questa mentalità servile e ha proclamato nei fatti la propria indipendenza, come qualunque altro sindacato di categoria esistente in Italia».

Come, secondo lei, è stato possibile che un episodio estemporaneo che può accadere anche ad una stazione (del tipo “arresto cotto e mangiato”) sia diventato invece un modus operandi continuato, reiterato, avallato per così tanto tempo tale da sostituire totalmente i compiti che dovrebbero invece svolgere i militari in forza alle stazioni? Ossia qual è il bug che ha portato una stazione a diventare una sorta di Aliquota Operativa?

«Il caso della caserma “Piacenza Levante” è un caso emblematico, ma non è detto che sia l’unico, anche se tutti ci auguriamo che sia un caso isolato. Molto probabilmente il desiderio di emergere, di avere successo come “difensori della legalità” o come paladini della città ha portato i carabinieri coinvolti in questa vicenda e in particolare la loro scala gerarchica a usare mezzi non leciti per raggiungere scopi che forse nel desiderio originario erano anche auspicabili, ma al contrario di quanto sosteneva Machiavelli, il fine non giustifica i mezzi e si possono verificare devianze comportamentali anche di gruppo, così come accaduto alla Levante, nella colpevole inerzia delle gerarchie superiori, forse accecate dagli apparenti risultati numerici».

Dall’analisi storica degli ultimi anni si può evincere da quando è iniziata la distorsione della Levante? Coincide con l’arrivo di superiori diretti, escluso il comandante di stazione? Se sì, dove e come si incardina nella scala delle responsabilità delle condotte degli ufficiali? (s'intende ciò che è emerso ormai da tempo in questa inchiesta, ossia la spinta e la pressione esercitate sui ragazzi per fare arresti, come se gli ufficiali per un proprio disegno si siano serviti di un gruppo di militari giovani e abbiano concesso loro di agire senza controllo e regole).

«La sua analisi è già una possibile risposta. Non saprei dargliene una più precisa a questo stadio degli eventi processuali. Grazie al lavoro della Procura della Repubblica che si è fatta carico di un’assenza di responsabilità da parte dei vertici dell’Arma locale è saltato il coperchio alle vicende che oggi sono ormai di pubblico dominio. Il plauso all’Autorità Giudiziaria mi pare doveroso».

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