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Domenica, 5 Dicembre 2021
Cronaca

Cinghiate per anni a moglie e figlia, padre padrone a processo

Ha picchiato la moglie con una cintura, con un mazzo di chiavi e anche con dei cavi elettrici. E ancora l'ha minacciata con un coltello al volto e le ha sparato. Botte anche alla figlia. Padre e marito violento a processo

Ha picchiato la moglie con una cintura, con un mazzo di chiavi e anche con dei cavi elettrici. E ancora l'ha minacciata con un coltello al volto. Botte anche alla figlia, rea di vestire all'occidentale, di avere un fidanzato e di vedere persone che a lui non piacevano. Inoltre, le ha portato via un figlio per due settimane (la coppia ha due ragazze di 19 e 14 anni e un bambino di sette). La ciliegina sulla torta è stata messa quando l'ex marito le sparato in una gamba con un fucile a pallini: «Pensavo scherzasse, mi ha fatto sedere e ha sparato. Poi, mi ha portata all'ospedale dicendo di raccontare che si è trattato di un incidente in giardino e che a sparare erano stati i bambini».

Una vicenda inquietante che ha visto una donna marocchina subire per anni le vessazioni e le violenze di un marito, accecato dalla gelosia, dall'alcol e dall'ignoranza e da cui per fortuna è riuscita ad allontanarsi avviando la separazione. Una vicenda, come quella dello stalker condannato, che emerge il giorno dopo la celebrazione della giornata contro le violenze alle donna. Il calvario della donna è stato ricordato da lei stessa oggi 26 novembre in Tribunale, al processo che vede un marocchino accusato di maltrattamenti in famiglia, sottrazione di minore e violenza privata.

Oggi, la donna ha deposto davanti al giudice Maurizio Boselli, rispondendo alle domande del pubblico ministero Arturo Iacovacci. La donna si è costituita parte civile con l'avvocato Lauretta Alberti, mentre l'uomo è difeso dall'avvocato Monica Malchiodi.
Il marito manesco ha cominciato fin dal loro arrivo in Italia, nel 1992, a far capire chi comandava in casa secondo una cultura atavica, per nulla occidentale con una considerazione della donna vicina allo zero. La donna, dopo molte perplessità e anche difficoltà che aveva nel chiedere aiuto, ha deciso di denunciare il marito e in aula sono finiti gli anni dal 2002 al 2010.

Un lungo peregrinare in diversi paesi della Valnure, della Valdarda, della Valtidone e poi in città: «Cambiavamo casa perché lui non pagava l'affitto». Fin da subito il marito aveva messo le carte in tavola: non devi parlare con nessuno, tantomeno uomini, e ti devi chiudere in casa. Lui, invece, usciva e beveva. Lavori saltuari lui, lei nemmeno a parlarne. Anzi, in alcune occasioni la donna aveva trovato un impiego, ma lui glielo aveva fatto perdere andando a fare scenate sul luogo di lavoro.

«Abitavamo in campagna - ha raccontato la marocchina - e lui voleva che quando passava il vicino con  il trattore io entrassi in casa. Una volta non lo feci, lui prese un bastone e mi picchiò». Ma il peggio era quando tornava a casa dopo aver bevuto: «O picchiava me o se la prendeva con la casa. A volte mi ha picchiato davanti a mia figlia. Nel 2008 venne a vivere con noi anche mia sorella dal Marocco. Non sapeva nulla. Io al telefono non potevo parlare perché il mio ex marito era sempre vicino. Anche mia sorella ha scoperto le violenze, perché sono stata picchiata anche in sua presenza». In Valtidone, per fortuna, la donna trova conforto e aiuto negli assistenti sociali di Rottofreno a cui aveva raccontato la vita fatta di umiliazioni e botte.

In precedenza, la donna si era rivolta al proprio medico al quale aveva mostrato i lividi, dovuti a un pestaggio fatto anche con un mazzo di chiavi: «Non potevo andare al pronto soccorso sennò era ». L'uomo per un breve periodo se ne va con il figlio piccolo. Dopo l'ennesimo pestaggio, la donna e le figlie vengono messe in una struttura protetta. Gli assistenti sociali lo contattano e lui promette di cambiare. «Decido di tornare a casa, ma lui era peggiorato». Quando venne ferita alla gamba, l'uomo portò la donna la pronto soccorso di Fiorenzuola, ma diede la propria versione dicendo che la donna non conosceva l'italiano.

Che la figlia avesse un fidanzato, marocchino, era inaccettabile per il padre-padrone. Botte anche alla giovane (una volta le tirò addosso il computer) per il ragazzino e per l'abbigliamento. L'alcol aveva un ruolo sempre più forte in questi rapporti malsani. Il fine settimana tornava sempre ubriaco, ha raccontato la donna, e giù botte, minacce di far saltare tutto con il gas e poi il coltello puntato alla gola. «Io chiudevo il gas e nascondevo i coltelli, ma lui si arrabbiava. In quelle condizioni mi aveva chiesto di bere una birra con lui. Dissi di no e lui me la gettò in faccia».

La svolta nel 2008, quando ci furono le denunce e l'avvio della separazione. Il giudice aveva stabilito che lui versasse dei soldi per il mantenimento della famiglia ma la donna ha visto solo 120 euro. Inoltre, secondo l'accusa, l'uomo avrebbe costretto la figlia a rettificare il contenuto di una lettera che lei aveva scritto: sono pentita non è vero che papà ha fatto certe cose. Un gesto che gli è costato anche la denuncia per violenza privata.
L'avvocato Malchiodi controinterrogherà la donna nella prossima udienza cercando di far emergere molti punti poco chiari e cercando di entrare nel dettaglio di alcune situazioni che, secondo la difesa, non sarebbero avvenute nei termini in cui le ha descritte la moglie.
 

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