rotate-mobile
Domenica, 19 Maggio 2024
Colpo di scena

Omicidio Gambarelli come il caso Regeni: il processo è da rifare

La corte d’Assise d’appello di Bologna ha annullato la sentenza di primo grado che aveva condannato Alì Fatnassi a 24 anni di carcere, la difesa fece appello. L'omicidio avvenne nel 2013, il processo cominciò circa otto anni dopo

Omicidio Gambarelli: il processo è da rifare. Lo ha deciso nei giorni scorsi la corte d’Assise d’appello di Bologna che ha annullato la sentenza di primo grado emessa dalla Corte d’Assise di Piacenza il 10 gennaio 2022 nei confronti di Alì Fatnassi condannato a 24 anni. Il tunisino, oggi 36enne, era accusato di aver drogato e sgozzato il 27 luglio 2013 il piacentino Giorgio Gambarelli nella sua abitazione di via Degani.  Il processo iniziò, senza la partecipazione dell’imputato perché non fu mai trovato, circa otto anni dopo l’assassinio. Ora la corte di Bologna ha disposto la trasmissione degli atti al gip piacentino annullando, come detto, la sentenza di primo grado. A presentare appello contro quest’ultima l’avvocato dello straniero, Emilio Dadomo. La famiglia della vittima era invece parte civile con l’avvocato Matteo Dameli, mentre il pm che coordinò le indagini è Ornella Chicca.  «Siamo molto dispiaciuti per questa sentenza - ha commentato l'avvocato di parte civile, Matteo Dameli -. Non abbiamo ancora letto attentamente le motivazioni della sentenza, ma siamo rammaricati perché in primo grado era emersa chiaramente la responsabilità dell'imputato. Crediamo nella giustizia e saremo presenti al nuovo processo per il rispetto di chi oggi non c'è più».

Fatnassi non fu mai trovato ma – era emerso – la sorella aveva dichiarato, il 16 agosto 2013, di averlo accompagnato il 29 luglio 2013 a Ventimiglia e di aver saputo dalla madre che questo era arrivato in Tunisia dopo alcuni giorni. Anche il fratello aveva spiegato agli inquirenti di averlo sentito al telefono: aveva detto di trovarsi nel paese natale perché rimpatriato dalla Francia dove era senza documenti. Da questi elementi, dalle telefonate ritenute allusorie e dalle minuziose indagini, ovviamente anche tecniche e scientifiche dei carabinieri (LEGGI QUI TUTTO IL PROCESSO) erano stati ritenuti sussistenti gravi indizi del reato di omicidio volontario e pertanto era stata emessa un’ordinanza di custodia cautelare (mai eseguita) alla quale era poi seguito il decreto di latitanza l’11 settembre 2013.

La difesa sia in udienza preliminare al gup sia poi alla Corte giudicante chiese, ma non ottenne, la revoca del decreto di latitanza e la nullità del decreto di rinvio a giudizio perché, disse l’avvocato: «Fatnassi non ha mai avuto contezza del procedimento a suo carico e non si è sottratto volontariamente alla giustizia anche perché non si ha la prova dell’avvenuta notifica personale». Condizioni queste imprescindibili.  Anche la corte d’Assise di Roma il 14 ottobre 2021 ha annullato il processo relativo alla morte di Giulio Regeni restituendo gli atti al gup non essendovi la prova della conoscenza del procedimento a carico degli imputati egiziani. La Corte d’assise d’appello di Bologna, accogliendo le richieste dell’avvocato Dadomo, ha spiegato che «devono condividersi gli argomenti della difesa volti a suscitare un dubbio concreto sull’effettiva conoscenza della chiamata in giudizio dell’imputato, la mancata certezza o che si sia sottratto volontariamente non si può ricavare dall’emissione di un decreto di latitanza». 

Per i giudici di Bologna in questo caso si è verificata «la situazione di erronea dichiarazione di latitanza di Alì Fatnassi per mancanza di sufficienti ricerche: deve essere pertanto revocato il decreto di latitanza. All’invalidità di questo, consegue la nullità del decreto di rinvio a giudizio a cui consegue la nullità a catena anche della sentenza di primo grado con la necessità di far regredire il procedimento dinanzi al gip, affinché esegua le necessarie ricerche all’estero dell’imputato prima di pronunciare un eventuale valido decreto di latitanza». Di fatto praticamente «la chiamata in giudizio in primo grado è viziata, in quanto mai venuta a conoscenza dell’imputato, posto che nel caso in esame non era lecito procedere in assenza dell’imputato, non essendovi la certezza della sua conoscenza, appunto, del procedimento stesso». E ancora: «La chiamata in giudizio deve ritenersi nulla anche perché disposta con le modalità previste per l’imputato latitante, basandosi su un decreto di latitanza invalido».

«In base alle telefonate e ad ulteriori indagini – si legge -  si può ritenere che il luogo dove Fatnassi aveva trovato dimora, dopo l’allontanamento dell’Italia, fosse il paese di Bizerte in Tunisia». Paese natale di tutta la famiglia dove questa aveva una fattoria e dove la sorella andava spesso e luogo dove abitano da sempre in genitori. Per Bologna il decreto di latitanza «è stato emesso in mancanza di adeguate ricerche in tutti i luoghi frequentati dall’indagato, (…) invero a seguito di verbale di vane ricerche svolto dal comando provinciale dei carabinieri il 7 settembre 2013 in cui si dà atto che è stato cercato sul territorio italiano a casa dei fratelli e di un amico a Piacenza. Il gip ha dichiarato esaurienti le ricerche ed ha emesso il decreto, in altri termini – affondano - è stato cercato laddove già si sapeva che non sarebbe stato trovato». Il processo quindi, con l'annullamento della sentenza di primo grado è da rifare. Questo succederà se si riuscirà a notificare l’avviso all’indagato dopo ulteriori ricerche. In caso contrario, il gup potrebbe emettere sentenza di non doversi procedere per mancata conoscenza della pendenza del processo da parte dell'imputato, come previsto dalla Riforma Cartabia congelando il caso, considerato però che per il reato di omicidio non esiste la prescrizione.

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Omicidio Gambarelli come il caso Regeni: il processo è da rifare

IlPiacenza è in caricamento