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Processo poliziotti: «Mi mandarono a comprare droga e mi diedero i soldi»

Al processo dell'ispettore Claudio Anastasio la testimonianza di un giovane piacentino: «I poliziotti mi hanno chiamato in questura e mi hanno dato i soldi per acquistare un grammo di cocaina da uno spacciatore». In aula come teste anche il capitano Rocco Papaleo

Nell’ennesima udienza del processo che vede l’ispettore della squadra mobile Claudio Anastasio imputato, insieme a Eridania Cortes e Boris Angeloski, per detenzione ai fini di spaccio (il poliziotto deve anche rispondere di altri reati) è salito per primo sul banco dei testimoni il capitano Rocco Papaleo. L’udienza si è svolta davanti al collegio presieduto da Italo Ghitti, a latere Elena Stoppini e Maurizio Boselli. Gli altri poliziotti arrestati hanno invece scelto riti alternativi.
Interrogato dal pm Michela Versini, Papaleo ripercorre alcuni episodi salienti dell’indagine a partire dall’inizio, cioè da quando venne arrestato il carrozziere piacentino Marco Mazzi, fino alla svolta del 29 gennaio del 2013 quando i carabinieri bloccarono l’auto che da Parma stava trasportando sette etti di cocaina a Piacenza. Il cotroesame dell’avvocato difensore di Anstasio, Piero Porciani del foro di Milano, gli è difficoltoso: il presidente Italo Ghitti gli contesta più volte l’inammissibilità delle domande, o le fa riformulare più precise e pertinenti, mentre anche lo stesso pm alza più volte la voce per contestare le domande poste al teste. Papaleo in venti minuti risponde a tono, arrivando a parlare di «gruppo delinquenziale». 

In aula si parla, ad un certo punto, della presenza dell’assistente della Mobile Luciano Pellilli al momento dell’arresto di Marco Mazzi il 6 ottobre 2012 con un etto di cocaina: «Inizialmente, dopo l’irruzione - spiega l’ex comandante del Nucleo investigativo - non mi ero nemmeno accorto della sua presenza nel capannone. Quando ho fatto irruzione con i miei uomini pensavo solo a trovare il sacchetto con la droga e a bloccare subito Mazzi. Solo successivamente qualcuno mi ha fatto notare che stranamente era presente anche l'assistente Pellilli, e che si era sentito male dopo il nostro arrivo. Parlando con lui, poco dopo, mi ha confermato che non era a conoscenza della droga, ma che si trovava lì per puro caso, per parlare con Mazzi dell’addestramento dei cani».
«Durante i vostri servizi di pedinamento e osservazione, avete mai notato l’ispettore Anastasio?» riesce a chiedere Porciani a Papaleo. «Lo abbiamo visto in un’occasione in particolare - ha risposto l’ufficiale dell’Arma - quando si incontrò in un bar in città con Mazzi dopo averlo sollecitato al telefono. Quest’ultimo invece era sottoposto agli arresti domiciliari».

In questa udienza però la testimonianza più sofferta è stata quella di un piacentino di 24 anni con qualche precedente come assuntore di sostanze stupefacenti. «Se volevo stare tranquillo mi hanno detto che dovevo andare a fare un acquisto di droga per conto loro» ha spiegato il giovane al giudice. «Venni contattato da Paolo Bozzini che mi convocò in questura alla metà di aprile del 2013. In ufficio con lui, in quel momento, c’erano anche Anastasio, Cattivelli e Pellilli. Mi fecero vedere la foto di un albanese che spacciava a Piacenza, e mi dissero di andare da lui, per conto loro, fingendomi un cliente e di acquistare un grammo di cocaina. Io lo conoscevo perché dal lui avevo comprato droga altre volte in passato, ma questa volta non era mia intenzione farlo».
«Mi diedero 80 euro per l’acquisto perché io non avevo soldi. Presi appuntamento telefonico con l’albanese e ci accordammo di vederci al grattacielo dei Mille. I poliziotti mi seguivano a distanza con la loro auto in borghese. Una volta acquistata la cocaina, tornai in questura e gliela consegnai direttamente. Se non avessi fatto come mi dicevano loro, mi fecero intendere che avrei rischiato di perdere la patente che mi serve per andare a lavorare». 
La droga, come emerso dai verbali, venne poi pesata e messa agli atti in questura, mentre il giovane firmò un verbale come se fosse stato trovato causalmente dalla polizia in possesso di quel grammo di coca. Tutto ciò sarebbe poi servito alla polizia - ipoteticamente - per avviare un’indagine nei confronti dello spacciatore albanese. Ma dopo due giorni, il 15 aprile, scattarono le manette per tutti i componenti della narcotici di Piacenza.

Il sostituto commissario Roberto Berardo, citato come teste dalla pubblica accusa, ha spiegato come la sezione narcotici godesse di una sostanziale autonomia nel seguire le varie indagini, e che - salvo gli adempimenti burocratici relativi ai regolamenti interni della questura sull’utilizzo delle auto di servizio - non sempre i quattro agenti rendevano conto di dove andassero o di che cosa facessero all’esterno nei loro servizi. Almeno, se non ce n’era un motivo specifico.
Un benzinaio, amico di Bozzini e Anastasio, ha invece spiegato come i due si siano presentati nella sua area di servizio in città con alcune carte di credito  - per loro stessa ammissione - clonate. «Si sono presentati dicendo di voler provare a vedere se effettivamente funzionavano o meno». Per fare questo, come è emerso dagli atti processuali, sono state provate nove transazioni per importi mediamente di circa 900 euro l’una. Nessuna di queste andò a buon fine. 

Manuela Argentieri, in forze al nucleo motociclisti della Polizia municipale, ha descritto i dettagli del controllo nei confronti di un transessuale sudamericano e dell’intervento successivo della sezione immigrazione della questura. Luca Defaqz, responsabile informatico del comando di via Rogerio, ha invece riferito al collegio di una richiesta che gli era stata fatta da Anastasio, tramite un sms, per inserire una targa nel sistema del vigile elettronico: «Mi disse che un’interprete della Procura era passata per sbaglio con l’auto sotto il varco Ztl di via Roma. e Anastasio mi chiese di inserire quella targa nella lista dei veicoli autorizzati. E’ una prassi comune questa, ma solo se supportata successivamente da un atto ufficiale che certifichi tale richiesta. Atto che però non mi risulta sia mai pervenuto al comando della polizia municipale». Quell’auto però, come è emerso nella successiva testimonianza, non apparteneva a una interprete della procura della Repubblica, ma a un barista piacentino che per sbaglio era passato sotto la telecamera, e che aveva chiesto all’amico Claudio Anastasio se poteva fare in modo che non gli arrivasse la multa. «Anastasio le ha chiesto qualcosa in cambio di questa cortesia?» ha chiesto la difesa al teste. Risposta: «Assolutamente no».

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