Racket dei calzini venduti a suon di botte e minacce negli autogrill, al via il processo

Associazione per delinquere per 11 persone. Rigettate due eccezioni delle difese sulla violazione del diritto di difesa e sulla competenza territoriale

Un fotogramma della Polstrada sulle indagini. Nell'altra immagine l'avvocato Ciro Arino

Ha preso invia con una raffica di eccezioni dei difensori - violazione del diritto di difesa e incompetenza territoriale - il processo contro la gang dei calzini che avrebbe imperversato nelle aree di servizio di San Zenone, Somaglia e Fiorenzuola, lungo la A1. Undici le persone accusate (una dodicesima è deceduta), a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata a furti, estorsioni, violenza privata, estorsione e danneggiamento. La banda, proveniente da Napoli e provincia, con la scusa di vendere calzini, avrebbe creato un clima di paura che portava all'omertà delle vittime per il timore di subire ritorsioni. Secondo la procura, molti automobilisti spaventati avrebbero accettato di comprare le calze, ma molti altri si sarebbero opposti e alcuni sarebbero stati malmenati o avrebbero subito danni alle auto. L’indagine era stata condotta dalla Polizia stradale di Guardamiglio e coordinata dal sostituto procuratore Matteo Centini. Tutti erano stati arrestati. Oggi, agli arresti domiciliari ci sono tre persone, mentre le altre hanno l’obbligo di firma o di dimora.

Ciro Arino-2L’avvocato Ciro Arino (Foro di Napoli) ha subito presentato al collegio dei giudici presieduto da Gianandrea Bussi (a latere Sonia Caravelli e Laura Pietrasanta) un’eccezione sulla lesione del diritto di difesa. In aula anche gli avvocati Sara Brienza e Nicola Caiola, che sostituivano alcuni loro colleghi campani. Secondo Arino, a Salvatore Castaldo venne concessa la delega per l’interrogatorio ad Afragola. Il pm, però, negò la delega per Mario Castaldo e Armando Giordano (tutti e tre assistiti da Arino). L’avvocato ha sottolineato come l’epidemia del Covid e lo stato di indigenza avrebbero reso difficile per i napoletani spostarsi a Piacenza. Il pm Centini ha replicato che non ci sono documenti sullo stato di difficoltà dei due, che si trovavano stabilmente in queste zone e commettevano reati, né ci sono precedenti casi normativi. Il legale ha citato allora una sentenza di Cassazione del luglio 2020 sullo stato di indigenza. I giudici si sono ritirati e hanno rigettato l’eccezione di nullità chiesta dal difensore.

La seconda eccezione ha riguardato la competenza territoriale. Secondo Arino e Caiola, la procura indica che dalle indagini è emerso come la banda si sarebbe organizzata a Napoli e quindi i reati andavano giudicati nel capoluogo campano. Secondo la pubblica accusa, invece, i reati erano stati commessi tra Lombardia ed Emilia Romagna. I giudici hanno deciso che sì l’associazione era nata a Napoli, ma i reati sono stati commessi nelle due regioni settentrionali. Anche questa eccezione è stata respinta. L’indagine era nata dopo una serie di denunce e segnalazioni alla Stradale e aveva preso in considerazione il periodo dal 2017 (anche se gli inquirenti ritenevano che il gruppo fosse operativo dal 2013). I “venditori di calze” avrebbero studiato e scelto con cura i loro “acquirenti”. Le vittime sarebbero state avvicinate, spesso con atteggiamenti minacciosi e paventando ritorsioni a loro o all’auto, e veniva proposto l’acquisto di calzini (poi risultati di qualità scadente) a prezzi elevati, dai 20 euro in su. Tra gli organizzatori, secondo la procura, c'erano Salvatore Marco, Massimiliano Staffelli e Gianluca Scala. Gli altri vengono definiti dagli investigatori come “partecipi”.

Diversi i metodi utilizzati per convincere gli acquirenti a compare le calze. In questo clima, sarebbe stato minacciato anche il direttore di un autogrill che si opponeva al continuo andirivieni dei membri della gang che chiedevano di cambiare le monete alle casse: «Ti sfasciamo la macchina e ti buchiamo le gomme per tutto il tempo che starai qui». Ad alcuni automobilisti veniva detto che sarebbero stati aspettati all’uscita; altri hanno ricevuto ceffoni e insulti; ad altri sarebbe stato detto che chi vendeva le calze “era stato in  galera” e che “arrivava da Scampia”. A una donna, che rifiutava l’acquisto, sono stati rotti gli specchietti retrovisori. Qualcuno ha versato loro fino a 70 euro, altri si sono limitati a 10 o 20. Un uomo, terrorizzato dai metodi, è arrivato a dare fino a 70 euro, prima 20 a uno, poi 50 a un altro del gruppo, il quale gli aveva detto che anche lui aveva diritto al denaro perché da noi si dice “hai fatto la grazia a Gesù e non la fai alla Madonna”. In tante occasioni, però, nonostante i toni usati, gli automobilisti sono riusciti ad allontanarsi senza comprare le calze. La Polstrada aveva sequestrato, durante le indagini, almeno 7mila paia di calzini (risultati rubati in maxi store cinesi del Milanese). Il denaro contante veniva caricato su carte Postepay intestate a un 33enne fratello di un noto camorrista, estraneo però alla vicenda, che tuttora è irreperibile ed è accusato di riciclaggio. 

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