«Ricordo incubi mostruosi, poi sono rinato. Il mio pensiero va a tutti i miei amici che non ce l'hanno fatta»

Piero Perazzoli, 63enne agazzanese, con la voce rotta dall'emozione ma al contempo piena di forza, racconta i 75 giorni di ricovero dopo aver contratto il Coronavirus

Piero Perazzoli

«Del periodo passato intubato in terapia intensiva non ricordo nulla, ma so di aver fatto incubi mostruosi, nei quali soffrivo così tanto che mi sono augurato di morire per porre fine al dolore che mi dilaniava. Alla mia famiglia avevano detto di aspettarsi il peggio perché avevo l'80% dei polmoni compromessi. Invece ce l'ho fatta e - scherzando, dice - evidentemente ho scelto il periodo giusto per isolarmi». Piero Perazzoli, 63enne agazzanese, con la voce rotta dall'emozione ma al contempo piena di forza, racconta i 75 giorni di ricovero dopo aver contratto il Coronavirus.  «Era inizio marzo e per giorni ho avuto la febbre, volevo che mi facessero il tampone perché la temperatura non scendeva mai, poi la chiamata al 118 e lì è iniziato il mio calvario: avevo il Covid. Dopo il ricovero a Castelsangiovanni mi hanno trasferito a Bologna e poi ancora nell'ospedale Covid della Valtidone, ma io non ricordo niente, ero come una bambola di pezza senza forze. Ora sto facendo fisioterapia, faccio fatica a camminare e se faccio sforzi ho l'affanno ma sono fiducioso: recupererò i 15 chili di massa muscolare che ho perso  - e ridendo dice: «Almeno adesso non ho più la pancetta».

«Quando mi hanno riportato a Castelsangiovanni ricordo un medico che conoscevo che mi ha detto: "Bravo Piero, ce l'hai fatta" e poi le video chiamate con mio figlio e mia moglie, per questo devo ringraziare le infermiere Barbara Zagnoni, Nicoletta Villa ed Elena Galli, angeli custodi. Mi hanno aiutato a tenere un piede nel mondo che avevo lasciato e fatto in modo che non fossi mai solo: sono state fondamentali ed eccezionali per tutte quelle settimane che ho passato lì». «Piano piano riprendevo lucidità e la forza l'ho trovata nelle centinaia di messaggi e telefonate della mia famiglia e dei tantissimi amici che non sentivo da tanto tempo. Tutti loro mi hanno dato la spinta per farcela». «Non auguro a nessuno un'esperienza del genere e ho un pensiero fisso: a volte mi sento in colpa di avercela fatta, posso raccontare perché sono tornato al mondo. Ho perso tanti amici e conoscenti per questo virus e non sono più tornati a casa, questo dolore è ancora fortissimo e lo sarà per molto tempo, anche per loro ce la metterò tutta», conclude Piero tra le lacrime. E poi la frecciata al figlio Luca: «Volevo tornare a casa a tutti i costi nel giorno del suo compleanno e ho chiesto ai medici di dimettermi un giorno prima, eppure quando sono arrivato a casa tutto il quartiere lo sapeva ed era lì ad aspettarmi, mi hanno anche fatto uno striscione. Ecco, me l'hanno fatta anche stavolta!».

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