«Riuscirà lo Stato ad abolire il carcere: non la pena, ma questa pena?»

Il carcere a Piacenza e in Italia. Alberto Gromi (garante dei detenuti): occorre far comprendere che dietro al reato c'è una persona che ha commesso un errore, talvolta grave, ma che non può essere privata dei suoi diritti fondamentali e della sua dignità

Il carcere piacentino delle Novate

Visitare i carcerati. Tra le opere di misericordia questa è una delle più difficili da praticare, perché il carcere non è un ambiente accessibile a chiunque: leggi e regolamenti consentono visite esclusivamente a persone autorizzate. Un contributo alla conoscenza del grave problema etico e sociale delle condizioni di vita nelle carceri è stato fornito all’Oratorio della parrocchia Nostra Signora di Lourdes, da una conversazione svolta dal professor Alberto Gromi, garante, su nomina del Comune, dei diritti delle persone private delle libertà personali.

«La situazione all’interno della Casa circondariale (Le Novate) di Piacenza - ha spiegato Gromi - presenta le inquietanti criticità delle carceri italiane: essere un luogo di espiazione senza offrire significativi percorsi di rieducazione. Il carcerato è un uomo che soffre, perché privato della libertà, perché si sente emarginato e condannato anche prima della sentenza definitiva. Nel nostro carcere ci sono circa 320 detenuti (60% stranieri); persone in attesa di prima sentenza, di appello e detenuti definitivi. Gli agenti di polizia penitenziaria sono circa duecento; solo tre sono gli educatori e tutti di formazione giuridica, un numero assolutamente insufficiente».

Il detenuto, secondo uno studio statistico nazionale - prosegue il garante - ha l’opportunità di un colloquio con uno psicologo della durata media di dieci minuti ogni anno. Indicativa in proposito la testimonianza raccolta da Gromi: «Come posso aprirmi con la psicologa se so che poi il percorso che inizio non proseguirà? Quindi non parlo. “Il detenuto non collabora”, si legge spesso nelle relazioni degli specialisti».

Alberto GromiLe direttive sulla umanizzazione della pena - ha spiegato Gromi - hanno portato nelle carceri di media sicurezza come il nostro, l’apertura delle celle e questa è stata un’azione positiva, ma i carcerati lasciati a se stessi ora vagano per ore nei corridoi, non sanno cosa fare; gli argomenti di quotidiana conversazione sono il processo, la liberazione anticipata, l'amnistia, se ci sarà o non ci sarà. E siccome non hanno risposte dalla struttura e nemmeno dal garante o comunque non nell’immediato, prevale in loro un atteggiamento continuo di rabbia e di rivendicazione. Il sovraffollamento è stato superato, il disagio e la disperazione no. Servirebbero quindi lavoro, scuola, cultura e vari corsi. Manca, in sostanza, uno strumento che in termini penitenziari si dice "trattamentale", vale a dire tutta l'attività di rieducazione e socializzazione. In questa apatia ambientale sono pochissimi coloro che prendono consapevolezza di aver commesso un reato per il quale stanno scontando anni di galera. La maggior parte non si confronta con il reato commesso, il suo obiettivo è contare i giorni che mancano all’uscita premio o all’udienza per gli arresti domiciliari.

«I tentativi di suicidio sono numerosi nonostante la Casa Circondariale di Piacenza abbia nel suo interno una struttura sanitaria di eccellenza nella quale sono convogliate persone con problemi psichiatrici. Frequente è l'autolesionismo praticato soprattutto fra detenuti di  Questo dà molti problemi a chi all'improvviso si trova in contiguità con il sangue».

IL VOLONTARIATO

«La funzione del volontariato è importante, ma è necessario accostarsi al carcere liberi da sentimenti di curiosità o di pietismo e non limitarsi all’intrattenimento. Tutto serve, lo svago è utile, ma va accompagnato da attività di aiuto e responsabilizzazione che tolgano il detenuto dalla situazione passiva nella quale è adagiato innescando riflessione e 'auto consapevolezza’». Gromi ha affermato più volte che il più grave dei problemi del carcere piacentino e in genere dei penitenziari italiani, è la carenza del programma di rieducazione. E ancora: «Come può attuarsi la riabilitazione se non c’è tempo e modo per riflettere sulla loro colpa, se non c’è nessuno che li aiuta? Io stesso - rivela Gromi - sono più utile ai detenuti nelle azioni che compio all’esterno della casa circondariale: analisi e colloqui con le istituzioni, esame dell’iter di alcuni casi, di situazioni familiari e simili».

Un aiuto maggiore da parte del volontariato potrebbe essere offerto al termine della pena: un aiuto fatto di vicinanza, di sostegno nel reinserimento lavorativo, nel recupero di relazioni più o meno compromesse. Proprio su questo tema il garante è attualmente impegnato e sta esplorando la possibilità di istituire anche a Piacenza una struttura che accolga i detenuti che non hanno dimora. La pietà cristiana può fare molto: educare la comunità ad evitare assurde condanne e a porsi, invece, in atteggiamento di accoglienza e di solidarietà. All’interno del carcere tutto diventa difficile perché i regolamenti e comportamenti umani a volte ostacolano la libertà di movimento, di colloquio e la volontà del fare dei volontari e dello stesso “garante” il quale è assillato da una domanda: «Riuscirà lo Stato ad abolire il carcere, non la pena, ma questa pena?».

In Evidenza

Potrebbe interessarti

I più letti della settimana

  • «Noi non ce l’abbiamo fatta». Dopo 15 anni di attività la trattoria finisce in “svendita”

  • Ripescata nel Po un'auto con a bordo un cadavere, è Daniele Premi

  • Nuovo decreto e spostamenti tra Regioni e Comuni: cosa si può fare (e cosa no) dal 16 gennaio

  • Per 30 anni in prima linea, il 118 piange Antonella Bego. «Perdiamo una professionista e un'amica»

  • Frontale tra due auto a Fiorenzuola: tre feriti, uno è gravissimo

  • L'Emilia-Romagna resta arancione, firmato il nuovo Dpcm

Torna su
IlPiacenza è in caricamento