Sarajevo, tra memoria e presente le emozioni di Silvia e Valentina in viaggio con Kamlalaf

Reportage da Sarajevo per Valentina Porcu e Silvia Manini, che il 24 luglio hanno terminato il loro viaggio, accompagnate da Francesco Millione della Caritas diocesana, nell’ambito del progetto Kamlalaf

Reportage da Sarajevo per Valentina Porcu e Silvia Manini, che il 24 luglio hanno terminato il loro viaggio, accompagnate da Francesco Millione della Caritas diocesana, nell’ambito del progetto Kamlalaf. 

La capitale della Bosnia Erzegovina ci accoglie con i suoi moderni palazzi che svettano al fianco dei ruderi sopravvissuti alla guerra, sui quali la stessa ha lasciato evidenti segni; i fori che vediamo evocano in noi il suono degli spari e le grida della gente. La nostra prima giornata è dedicata alla memoria: è Roberta Del Prete, giovane donna che continua a collaborare con Caritas dopo il servizio civile, ad accompagnarci per le vie della città.
A Sarajevo, la Caritas italiana supporta la Caritas locale nelle sue attività allo scopo di renderla autonoma e, insieme ad altre Caritas internazionali, tra cui quella americana, ha un progetto di supporto alle vittime civili nel processo di rielaborazione del trauma post-guerra e della riconciliazione, tema di cui è ancora necessario parlare guardando in modo concreto la società. Gli accordi di Dayton hanno fatto terminare la guerra ma non hanno risolto i vari contrasti: la pace va costruita giorno dopo giorno con fatica, non è scontata. 

L'incontro organizzato per noi coinvolge tre persone sopravvissute alla guerra: Angelko, croato, ci parla della sua esperienza ricordando "persone buone in tempi cattivi" ed esprime speranza nel futuro per "smettere di vivere nel passato"; Andrich, serbo, a stento trattiene l'emozione in alcuni momenti in cui ricorda torture, paura per i propri familiari e senso di colpa, chiedendo giustizia per quanto sofferto, giustizia che può arrivare solo col riconoscimento dei loro diritti (uno fra tutti l'invalidità da shock post traumatico); Amir, bosniaco, è il più giovane, aveva poco più di 10 anni quando, dopo essere stato allontanato dalla sua casa e poi deportato altrove insieme ai suoi compaesani, la vede bruciare alle sue spalle. Nonostante tutto ciò e la perdita del padre, ha ancora un bel ricordo vivo nella mente: l'arrivo degli scout italiani nel campo profughi di Fiume (l'attuale Rijeka) al confine con la Croazia, che facevano giocare i bambini e portavano gli hamburger. 
Il filo comune a tutti e tre gli interventi è stato sicuramente il punto di partenza per imboccare la strada della riconciliazione, che dev'essere il Perdono, necessario e doveroso da parte di tutti verso tutti, perché in questa guerra, come in tutte le guerre, la violenza è di tutti contro tutti, l'umano viene disumanizzato, e le motivazioni che la innescano si perdono nei meandri dei molteplici problemi sociali, etnici, religiosi e culturali; l'altro elemento fortemente sottolineato è il ruolo che la politica deve assumere in questo processo di giustizia sociale, necessaria per poter ripartire (ricordiamo anche come le disposizioni per la costituzione di una Commissione per la riconciliazione, come previsto dagli accordi di pace di Dayton, sono state del tutto disattese). Un esempio di quanto ancora la politica sia “indietro" rispetto alla maturità ormai acquisita da gran parte della popolazione, è il mancato supporto statale in termini di finanziamento ai progetti di riconciliazione: Caritas Bosnia Erzegovina, ad esempio, riceve il 97% dei fondi dall'estero. 
Quest'anno, tra l’altro, l’associazione spegne 20 candeline e ripercorre la sua storia ricordando come è nata (aiuti umanitari rivolti a tutte le etnie/fedi religiose nel contesto della guerra) e come lavora oggi, collaborando con altre organizzazioni su progetti di sviluppo: assistenza domiciliare ad anziani rimasti soli dopo l'emigrazione dei giovani familiari, interventi sul mercato del lavoro per ridurre la disoccupazione ed evitare la conseguente emigrazione verso l'estero, che si declina anche come azione di prevenzione della tratta di esseri umani (prostituzione e traffico di organi umani). 
La seconda giornata è stata dedicata al dialogo interreligioso, partendo da una visita ai quattro cardini religiosi (cattedrale cattolica, moschea, sinagoga e chiesa ortodossa), per poi incontrare alcuni membri del gruppo del Consiglio Interreligioso, costituito da una ventina di giovani che operano insieme a ragazzi dai 15 ai 25 anni. Si cerca di educarli alla pace, in particolare nelle zone rurali, perché è nelle periferie che sono rimasti ancora molti pregiudizi e ostacoli da superare, dopo la guerra. Non bisogna dimenticare che la coesistenza tra le tre religioni è imperfetta, non si può credere che sia tutto semplice, per questo bisogna continuare a impegnarsi in modo costante perché vi possa essere un futuro di pace. Il Consiglio collabora anche con le comunità, con i religiosi e con le donne. "Bisogna amare il prossimo come se stessi" è ciò che viene sottolineato dai membri. Indipendentemente dalle differenze etnico-religiose "l'amore non fa nessun male al prossimo". E' questo il grande insegnamento che tutte le religioni chiamate in causa ci insegnano.

Sulle stesse tematiche oggetto del lavoro di Caritas Bosnia Erzegovina, opera anche l'associazione Education Builds Bosnia & Herzegovina, fondata nel 1994 dall'ex Generale dell'esercito Jovan Divjak. I destinatari principali del loro operato sono i bambini vittime della guerra e le madri degli stessi: forniscono aiuti agli invalidi e borse di studio per i ragazzi, anche di etnia Rom. Le difficoltà che incontrano sono numerose, prima fra tutte il sistema scolastico, estremamente frammentato: il territorio è infatti diviso in Cantoni, ognuno dei quali ha le sue leggi indipendenti dal quelle del governo centrale della Federazione, anche in tema di istruzione. I giovani vengono inoltre sensibilizzati a buone pratiche di vita, come ad esempio evitare di iscriversi ad un partito politico per ottenere un lavoro o altri privilegi (pratica estremamente diffusa). 
Concluderemmo questo racconto su Sarajevo con una frase che ci riporta all'importanza della riconciliazione e a riflettere sulla costanza necessaria per superare le avversità: "ogni giornata porta con sé il bello e il brutto". Conserviamo quindi con cura ciò che di buono otteniamo e mettiamo da parte ciò che è andato storto; col tempo il cassetto si riempirà di tante cose positive.

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