"Sequestrati" in Cina: piacentini messi in quarantena per un giorno

Giornata da incubo per alcuni imprenditori piacentini appena arrivati all'aereoporto di Pechino. Le autorità cinesi temono che sul loro volo un passeggero abbia il virus A/H1N1. Non vengono fatti scendere, e sono portati in un albergo recintato con la polizia. «Nessuno ci sapeva dire quando e se ci avrebbero liberato»

Ventiquattro ore di paura. Chiusi in quarantena in un albergo cinese, senza sapere quando ne sarebbero potuti uscire. Con il timore, tremendo, di aver passato tutto un viaggio aereo accanto a un passeggero con il virus A/H1N1. In parole povere, con l’influenza suina.

È questo l’episodio che un gruppo d’imprenditori - tra cui alcuni piacentini - non avrebbe mai voluto vivere, qualche giorno fa. La fonte è R.M., manager di un’azienda fiorenzuolana con sede in Oriente. I fatti sono degni di un thriller hollywoodiano, con, per fortuna, il lieto fine.
 
Il gruppo arriva da Francoforte, con vettore la più famosa compagnia aerea tedesca, all’aeroporto di Pechino. Subito si nota che c’è qualcosa che non va. Le operazioni di sbarco sono lunghissime. Salgono - senza alcun preavviso - sul velivolo alcuni poliziotti e infermieri, completamente bardati - mascherine, tute sterili - che cominciano a misurare la febbre ai passeggeri. In business class una persona ha una temperatura corporea di 37 gradi. Dato normalissimo, vista la stanchezza del viaggio. Ma per le autorità cinesi questo è sufficiente per far scattare la quarantena. C’è il rischio che l’uomo abbia la febbre suina. E qui, dopo l’aviaria, le misure sono serratissime.
 
C’è sgomento. Tutti le file immediatamente davanti e dietro non vengono fatte scendere dall’aereo. «Ci hanno anche chiesto i passaporti - dice R.M. -. Qualcuno di noi li ha dati, altri no. Senza passaporto potevano fare di noi ciò che volevano». I poliziotti mettono di fronte i passeggeri a un diktat: o non scendono dal velivolo, tornando direttamente in Germania, o vengono accompagnati in una struttura «per ulteriori controlli». Sette di loro preferiscono farsi altre 12 ore di viaggio e tornare a casa. Gli altri non hanno scelta.

  "Ci siamo sentiti "deportati". Nessuno ci sapeva dire quando saremmo potuti uscire dall'albergo. Potevamo stare lì per intere settimane"  

«Ci hanno fatti salire su un pullman. Davanti avevamo la scorta della polizia. Sembravamo dei deportati. Non sapevamo quanto saremmo rimasti lì», continua R.M. I passeggeri vengono portati in un hotel. Tutto il perimetro dell’area è controllato dagli agenti. Sono, in pratica, sequestrati.

Nessuno sa dire loro quanto sarebbero potuti uscire. Vengono sistemati in alcune camere, anche se in pochi hanno voglia di chiudere la porta. Tutti sono impauriti. Le autorità cinesi continuano a passare, misurando la febbre a ognuno. L’attesa, snervante, si fa lunghissima. È quasi mezzanotte, e l’aereo è atterrato alle 9 di mattina.

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«Finalmente - racconta il piacentino - una hostess, venuta con noi, ci dice che all’uomo con la febbre non è stato riscontrato nulla di grave. Possiamo tornare a casa». L’incubo è finito. I passeggeri vengono liberati, con «mille scuse» e mazzi di fiori per le signore. Decisivo è stato l’apporto di un membro dell’Unione europea, che fa da tramite tra i “segregati” e la polizia. «È stato un giorno tremendo», sorride amaramente R.M. Forse, ci sarebbe voluto ben di più di un mazzo di fiori per addolcirlo.

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