Sequestro di persona ed estorsione: la procura chiede pene da 8 a 12 anni

Per l’accusa «realtà e metodi criminali» dei tre imputati accusati di aver sequestrato due fratelli di Lugagnano per farsi consegnare del denaro. Il difensore di uno di loro ha chiesto l’assoluzione: è stato solo un intervento per aiutare un amico, per fare da paciere, non c’è alcun reato

Va condannato perché ha sequestrato i due fratelli e ha estorto loro del denaro con «un’azione criminale». No, deve essere assolto perché non ci sono le prove, lui era solo intervenuto come mediatore per pacificare una situazione che poteva degenerare. Si è svolta il 6 marzo in Tribunale la fase finale del processo a carico di tre persone accusate di sequestro di persona ed estorsione. Il pubblico ministero, Matteo Centini, ha chiesto la condanna dei tre imputati. Per Angelo Losacco (difeso dall’avvocato Andrea Bazzani) e Francesco Caldarulo (assistito da Alessandro Righi), la pubblica accusa ha chiesto 8 anni di reclusione e 6mila euro di multa. Per Giovanni Solferino, il pm ha chiesto 10 anni e 10mila euro di multa (il giovane era recidivo). Inoltre, la procura ha aperto un’indagine nei confronti di un testimone per falsa testimonianza.

Oggi ha parlato solo la difesa di Solferino. Gli altri due difensori, assenti per impedimenti personali, faranno l’arringa in aprile. L’avvocato Montani ha chiesto per lui l’assoluzione da tutte le accuse. I tre imputati sono accusati di aver sequestrato per alcune ore - dalla notte fino al mattino del 20 marzo 2017 - due fratelli di Lugagnano. I due avrebbero dovuto consegnare del denaro, in totale 800 euro, ma alla fine ne hanno dati solo 300, che veniva considerato come il risarcimento per due pistole nascoste e mai più ritrovate.

Il Pm Centini  ha sostenuto da subito che si trattava di una azione criminale «prolungata nel tempo e tutti sapevano che cosa stesse accadendo». Dettagli emersi dalle intercettazioni telefoniche, da una video registrazione in carcere tra il nipote Angelo e lo “zio” Giuseppe Losacco e da tante dichiarazioni «anche se tutti gli imputati hanno sempre negato parlando di un normale e tranquillo confronto tra loro e le parti lese (i due fratelli di Lugagnano che sarebbero stati sequestrati, ndr)». Secondo il pm si parlava di “mediazione” ma la realtà è che è stata «presa una persona di notte, minacciata con un coltello e guardata a vista da uno con un manganello. E la situazione si è risolta solo quando uno dei due fratelli ha ritirato i soldi». Le testimonianze dei due fratelli, di uno in particolare, raccontano di metodi duri, di uno dei due minacciato con un coltello dallo “zio”, cioè Giuseppe Losacco, poi deceduto. Quando lo zio, in una cascina vicino a Fiorenzuola, si altera minaccia con un coltello uno dei due fratelli. E il nipote Angelo gli dice di «portare rispetto allo zio». Sulla figura di quest’uomo si è aperta la requisitoria del pm che ha ricordato i tanti precedenti penali e le condanne di quell’uomo. Secondo Centini, a Lugagnano da anni c’è una realtà fatta di metodi criminali, e «Solferino non si è mai dissociato, né si è mai assunto una responsabilità. Ma tutti in questo processo non hanno mai raccontato la verità, compresi i familiari dei due sequestrati che hanno sempre detto che c’era un clima tranquillo».

L’avvocato Montani è partito all’attacco e ha citato Molière: «Non è solo per quello che facciamo che siamo ritenuti responsabili, ma anche per quello che non facciamo». La linea è stata chiara da subito e ha anticipato la conclusione: Solferino va assolto, perché non ha commesso alcune reato, la pistola non è mai stata trovata e lui ha avuto solo un ruolo di mediatore, di «pacificatore», perché ha cercato di risolvere un problema di un suo amico (uno dei due fratelli).

«Dietro a questa vicenda - ha affermato - non c’è alcuna preparazione. E un maresciallo dei carabinieri ha detto che non risultavano contatti fra l’imputato e le parti offese. Tutto è nato quella sera». Montani ha cercato di smontare «le illazioni del pm riguardo a una realtà criminale che non esiste a Lugagnano. Non ci sono prove che Solferino avesse visto lo “zio” prima di questa storia. Il pm parla di una discrepanza tra i fratelli, ma anche questa non esita». Il riferimento è alle deposizioni in aula dei fratelli sequestrati: secondo il pm, il più giovane era impaurito, l’altro più padrone della situazione, che avrebbe cercato di sminuire ciò che era accaduto quella sera.

L’avvocato è tornato battere sul fatto che «Solferino fosse intervenuto solo per separare e cercare di risolvere una situazione che sarebbe potuta degenerare. Forse non ha tenuto un comportamento ortodosso, ma lui conserva bene quel ragazzo suo amico e anche la madre. Quando si sono presentati a casa dei due fratelli, tra l’altro, Solferino ha chiesto il permesso di far entrare anche Angelo Losacco. E i due fratelli non stati sequestrati, ma sono andati di spontanea volontà a Fiorenzuola. Lo stesso fratello ha detto in aula che Solferino lo voleva aiutare». Infine, per il difensore non c’è mai stata la fantomatica pistola di cui si parlava, mai vista da nessuno, né Solferino avrebbe minacciato qualcuno con un coltello, né tantomeno ci sarebbero stati atteggiamenti minacciosi quando uno dei due fratelli si recò in banca per ritirare i 300 euro.

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