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Giovedì, 26 Maggio 2022
Cronaca Lugagnano Val D'Arda

Sequestro di persona ed estorsione: processo condito da imprecisioni, contraddizioni, silenzi

In aula parlano i due fratelli vittime dei tre imputati e altri testimoni. Sequestro e minacce di morte perché erano sparite due pistole. I difensori: dopo quello che abbiamo sentito non esistono più i motivi per il carcere, chiediamo gli arresti domiciliari

Dichiarazioni a volte contrastanti, imprecisioni, luoghi, situazioni e frasi che non corrispondono o che cambiano a seconda del teste che viene sentito, due presunte pistole rubate che a un tratto diventano una. Un humus fatto di minacce, sottintesi, angoli smussati, atteggiamenti concilianti che rendono complesso il quadro in cui collocare gli attori e la storia. E alla fine, la richiesta delle difese - proprio sulla base di quanto sentito davanti ai giudici - di far scarcerare i tre imputati.

LE ACCUSE Udienza tesa - condita da tanti “non ricordo” - quella che si è svolta il 5 novembre davanti al collegio presieduto da Gianandrea Bussi, a latere Luca Milani e Ivan Borasi. Imputati di sequestro di persona ed estorsione sono Angelo Losacco (difeso dall’avvocato Andrea Bazzani), Francesco Caldarulo (assistito da Alessandro Righi) e Giovanni Solferino (difeso da Gianni Montani). I tre, secondo le accuse, avrebbero sequestrato per alcune ore del mattino del 20 marzo di quest’anno due fratelli di Lugagnano per farsi consegnare del denaro, considerato come il risarcimento per due pistole che, nascoste nel torrente Chiavenna a Vigolo Marchese, sarebbero state rubate mesi prima.

Impegnativo e chirurgico il lavoro del pubblico ministero Matteo Centini che, oltre ai fatti, ha cercato di portare a galla un modo di fare torbido che ha contraddistinto i rapporti tra vittime, carnefici e altre persone che ruotavano intorno a loro. E che, in modo più o meno approfondito, si conoscevano tutte tra loro.

LA NOTTE DI PAURA I primi a essere ascoltati sono stati i due fratelli di Lugagnano vittime del sequestro, di 33 e 31 anni. Il primo, che ha scontato una condanna a tre anni, ha raccontato di aver ricevuto una telefonata verso le 3.30 da parte di Solferino che avrebbe dovuto parlargli di una situazione in cui il 33enne era coinvolto e che sarebbe stato possibile sistemare. Lo invita a casa sua e lo fa entrare. Gli viene chiesto di restituire le pistole rubate o di pagare, come chiesto da “zio” Giuseppe Losacco (poi deceduto durante l’inchiesta). Poco dopo in casa entra anche Angelo Losacco, nipote di Giuseppe. Angelo - racconta il 33enne che ha sempre negato di sapere dove fossero le armi - lo avrebbe minacciato in cucina: o vieni con noi o leghiamo tua madre («ero preoccupato per lei e ho cercato di non mostrare agitazione, ma di tranquillizzarla dicendo che sarei andato con loro e sarei tornato presto»). O restituisci le armi o paghi 800 euro gli è stato detto. La mamma era in un’altra stanza (ma la versione della donna sarà diversa perché dirà di aver assistito all’incontro fin dai primi momenti) e quando appare lui cede e dice di andare con loro. Inoltre, la vittima afferma di aver visto qualcosa spuntare da sotto il giubbotto di Losacco, un “ferro” (cioè una pistola) che sarebbe stato indicato a mo’ di minaccia. Si parla di una Beretta calibro 9x17. Ma il 33enne nega e, al pm che gli contesta la dichiarazione rilasciata ai carabinieri, dice che lui si riferiva alla pistola che stavano cercando, non a quella presunta che avrebbe avuta Losacco. E così il 33enne ritratta la dichiarazione.

In quel momento, entra anche il fratello minore che aveva sentito urlare. Visibilmente emozionato, il 31enne dice in aula che la mamma è sempre rimasta con loro e di aver sentito dire dai due arrivati che “sarebbe andata a finir male”.

I fratelli - il più piccolo ha detto che avrebbe pagato lui una prima tranche degli 800 euro - vanno con Losacco e Solferino. Ai fratelli vengono fatti lasciare a casa i telefoni cellulari.

Il viaggio su una Punto blu (in seguito verrà sbagliato anche il colore) ha come meta Fiorenzuola, dove in una cascina li attendono Giuseppe Losacco e Francesco Caldarulo.

Anche, qui, numerose imprecisioni costellano le dichiarazioni dei due fratelli. Giuseppe, lo “zio”, avrebbe avuto in mano un coltellino a serramanico e lo agitava sul tavolo, mentre Caldarulo si era posto dietro di lui con un manganello telescopico. Se si fosse mosso, gli avevano detto gli altri, “colpiscilo”. Inoltre, al 33enne sarebbe stato puntato qualcosa alla nuca che lui presumeva fosse una pistola, anche se non ha visto cosa fosse. Poi altre minacce ai due fratelli, il minore dei quali era rimasto in un’altra stanza avrebbe sentito dire: “paga se vuoi tornare a casa con le tue gambe”, “se scappate vi spariamo”. Il fratello minore dice che paga lui. Si attende così, sono le 7, l’apertura della banca. Lugagnano viene raggiunta in auto verso le 7.30. A bordo i due fratelli, Angelo Losacco e Solferino. Il maggiore dice che il fratello va alla Banca di Piacenza in piazza e ritira 300 euro. Poi esce e consegna i soldi a Losacco. Il più piccolo, però, in seguito dirà ai giudici di aver dato i soldi a Solferino. Dopo la consegna, i fratelli tornano a casa dalla madre e, in seguito, vanno a denunciare il fatto ai carabinieri.

Il giorno dopo, dice il 33enne, incalzato dalle domande del pm Centini, dice di aver incontrato in un bar a Lugagnano Angelo Losacco, il quale si era detto dispiaciuto di ciò che era successo. Prima gli aveva telefonato anche lo “zio” chiedendo perché mai fosse andato dai carabinieri. Quindi, si sapeva che lui e il fratello avevano presentato una denuncia. Nel frattempo, gli avrebbe telefonato Giuseppe Losacco e un altro ragazzo minacciandolo di pagare il resto altrimenti “sai come finisce” “non farmi venire a lungarno per niente altrimenti ti ammazzo”, “non hai capito con chi hai a che fare”. Il 33enne, però, nega di aver sentito “ti ammazzo”, avendolo però dichiarato ai carabinieri. In questo turbinio di telefonate, si inserisce anche quella del fidanzato della sorella di Solferino che contatta il fratello più grande e si dice preoccupato perché Giovanni rischia tanto. «Io gli spiegai che avevo spiegato il ruolo di Solferino nella vicenda» facendo capire che aveva poche responsabilità. Il pm attacca: ma lei disse che avevano insistito per fargli cambiare le dichiarazioni.

I difensori hanno poi portato alla luce le contraddizioni emerse e il 33enne ha affermato di non aver mai visto armi, di non aver mai acquistato droga da Losacco e che Solferino intervenne in difesa di sua madre quando Losacco minacciò di legarla.

IL FRATELLO E LA MAMMA Il fratello minore, invece, ha affermato che la madre è stata sempre presente nella loro abitazione, che era spaventato dalla situazione, di aver detto che i soldi li avrebbe messi lui e che, nella cascina, non sarebbe stato minacciato ma solo fatto accomodare in un’altra stanza. Un avvocato gli ha chiesto perché, in casa a Lugagnano, non avesse chiamato i carabinieri: «Non pensavo mai che sarebbe finita così, credevo fosse una discussione, un chiarimento fra di loro».

La madre, di 66 anni, ha raccontato di aver vissuto direttamente la prima parte di quella nottata, fin da quando Solferino - che conosceva - si presentò a casa loro verso le 4 e chiese 100 euro al figlio più grande. Ricorda la storia della pistola - una sola ha ripetuto - e della richiesta di 800 euro. Ma dice di non aver sentito minacce. Un dettaglio che il pm le ha contestato: lei ai carabinieri disse di aver sentito dire rivolto al figlio “se non paghi ti ammazziamo”.

IL MISTERO DEI CONTATTI E’ stata poi la volta di un 37enne, il cui nome era emerso nella vicenda perché a lui Giuseppe Losacco si sarebbe rivolto accusandolo di aver rubato una pistola. E qui è cominciato un contraddittorio intenso tra il 37enne e il pm. Il giovane ricevette, un mese prima del fatto, una telefonata: “Sono il barese, appena uscito dalle Novate, e tu mi hai preso le pistole nascoste a Vigolo”. Il 37enne ha detto di essere disposto a un incontro chiarificatore, ma il pm gli ha ricordato che prima aveva detto di no. Chiama allora un amico che conosce alcuni meridionali e lo incarica di sapere chi possa avergli telefonato. Intanto, arriva una nuova telefonata dal “barese”: «Sappiamo che non sei stato tu». Poi, l’uomo dice di aver visto al bar il suo amico, il testimone, il quale gli riferì di aver parlato con alcune persone: «Si sono sbagliati». La pubblica accusa ha attaccato: ma lei disse che la telefonata del barese la ricevette dopo e non prima.

Entra poi il “mediatore”, un 29enne. I due si conoscono da 10 anni, così come consce bene Angelo Losacco definito un «bravo ragazzo». Il 29enne ha affermato che il 37enne lo aveva contattato dicendo che lo “zio” stava cercando le pistole e gli aveva telefonato (ma lui prima aveva detto di non sapere chi lo avesse chiamato). Il teste continua: lo “zio” gli chiese le pistole o i soldi. Il pm gli ha chiesto se sia sicuro di questo racconto: «Sì». Poi, il 29enne vede lo “zio” al bar e gli dice che il 37enne non c’entra niente. Al che, Giuseppe Losacco avrebbe affermato che sapeva che a compiere il furto era stato il “bomba”, cioè il fratello più grande che era sequestrato.

Al termine, i tre avvocati degli imputati chiedono al Tribunale di revocare la custodia cautelare in carcere e cambiarla negli arresti domiciliari. le dichiarazioni confuse e contraddittorie, hanno sottolineato, non giustificano più una misura così restrittiva e fanno venire meno le esigenze cautelari.

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