«Sospesa dalla ditta perché il mio fidanzato è in quarantena. Ora sono senza lavoro ingiustamente»

La denuncia di una 43enne piacentina: «Discriminata sul lavoro e sospesa senza retribuzione»

«Sono stata sospesa dal lavoro, senza retribuzione, da un giorno all'altro, solo perché il mio fidanzato e collega di lavoro si è ammalato. E' positivo al Covid, ma noi due non ci siamo più visti dal 7 marzo, giorno dell'inizio del lockdown, anche perché abitiamo in due case diverse e addirittura lontane fra loro: ma specialmente sul lavoro eravamo stati messi da subito in reparti e turni differenti». A raccontarlo è una 43enne piacentina, che vuole rimanere anonima e che si è rivolta alla Cgil di Piacenza: «Sto subendo una vera ingiustizia - afferma - non ho altre entrate e ho bisogno di lavorare. Faccio un appello: chi ha un lavoro da offrirmi non deve far altro che contattarmi tramite IlPiacenza.it». 

Spiega la sua vicenda la donna: «Tutto è iniziato il 10 marzo, quando ho iniziato a lavorare in questa azienda piacentina che produce imballaggi con la cooperativa Alps di Magenta (Milano). Dal 18 marzo, per 15 giorni, la ditta ha però chiuso per un'autoquarantena perché, da quanto abbiamo capito, c'erano circa sette lavoratori positivi al Covid o presunti tali. Il 1 aprile la ditta ha riaperto e ricominciato a lavorare. Anche il mio compagno, che nel frattempo era stato assunto. Nel magazzino, che è molto grande, siamo stati subito messi in due filiere differenti con turni e pause che non collimavano mai, quindi siamo stati sempre e solo colleghi come tutti gli altri lavoratori dell'attività: tutti con mascherine, guanti e distanze di sicurezza. Ribadisco il fatto che non ci siamo mai più visti privatamente dall'inizio del lockdown».

Nella serata del 16 aprile l'uomo ha la febbre e dal 17 non si reca più a lavoro, comunica tutto all'azienda per la mutua, va in ospedale dove, dopo una visita, viene preso in carico in modo domiciliare, mentre la compagna-collega continua ad andare al lavoro perché in salute. «Fino a quando - racconta - la mattina del 22 aprile il titolare mi chiede di stare a casa per precauzione perché potrei, a detta sua e di alcuni colleghi di lavoro, aver contratto il virus dal mio compagno che da due mesi era solo un collega. Mi ha anche riferito che era contento di come lavoravo, che gli dispiaceva molto ma che se mi fossi fatta fare un tampone e fosse risultato negativo, mi avrebbe reintegrato immediatamente. Peccato che questi esami non vengano fatti alle persone che sono in salute e che non presentano alcun sintomo». 

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«Nel pomeriggio dello stesso giorno - prosegue - la cooperativa mi ha mandato una mail: "a far data dal 23 aprile è terminata l'occasione di lavoro presso l'appalto con l'azienda in oggetto e ciò a causa di una riduzione dell'appalto. Al momento non ci è possibile ricollocarla altrove (...) ai sensi dell'art. 10 lettera C del Regolamento della cooperativa che prevede che "si possa comunque verificare il caso, senza che da questo derivi alcun onere per la cooperativa, di soci ammessiche non possono esercitare la propria attività per mancanza di lavoro" il rapporto di lavoro deve intendersi sospeso a partire dal 23 aprile 2020 senza retribuzione". Mi sono ritrovata da un giorno all'altro senza lavoro ingiustamente - conclude - quando ero, e sono, perfettamente in salute. Mi sono rivolta alla Cgil perché è stata lesa la mia dignità di persona: chi me lo dice cosa fanno i miei colleghi nella loro vita privata? Potrebbero essere stati loro a contagiare il mio compagno (sempre che sia positivo), perché magari asintomatici. Perché devo essere stata per forza io? Perché solo a me la sospensione, peraltro senza retribuzione?».

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