Tentato omicidio di Lugagnano, un 15enne: «Così abbiamo aiutato quella ragazza»

Lei si gettò dall’auto in corsa, dopo essere stata picchiata dall’uomo con cui aveva una relazione. E la difesa chiede che il 25enne lasci il carcere e gli vengano concessi gli arresti domiciliari

Tante le persone che hanno testimoniato nella mattinata del 23 gennaio, al processo tentato omicidio premeditato, sequestro di persona e stalking. E tra questi anche quella di un ragazzo di 15 anni che aveva soccorso una giovane donna che era riuscita a fuggire, gettandosi da un’auto sulla quale c’era un ragazzo che l’aveva picchiata e presa per il collo. Al termine dell’udienza, l’avvocato Claudia Pezzoni, difensore di Federico Rossi, 25 anni, ha chiesto al collegio dei giudici che al suo assistito, in carcere dal 25 luglio 2017, vengano concessi gli arresti domiciliari in casa della madre.

I giudici del collegio, presieduto da Gianandrea Bussi, a latere Luca Milani e Fiammetta Modica, hanno ascoltato le testimonianze dei testimoni chiamati dalla parte civile - la vittima si è costituita con l’avvocato Mara Tutone - e dal pm Matteo Centini. «Abbiamo visto l’auto - ha detto il ragazzo, accompagnato in udienza dalla sorella maggiorenne - arrivare in piazza a Lugagnano. Vediamo che la portiera è aperta e c’è una ragazza che grida aiuto. Con i miei amici siamo corsi verso quel furgone (un Fiorino, ndr). Lei cade sulla strada e noi la soccorriamo e chiamiamo i carabinieri. L’auto poi fugge. La giovane ha il volto sporco di sangue. Ho notato che quando la ragazza era sull’asfalto il furgone ha fatto la retro e ha cercato di investirla». Una testimonianza, questa, che non verrà poi confermata da altri testi. E il difensore di Rossi ha ricordato al giovane che ai carabinieri aveva detto che il mezzo aveva proseguito la corsa dopo che la giovane era a terra.

I comandanti delle stazioni carabinieri di Vernasca, Enrico Assandri, e Lugagnano, Mauro Giordani, hanno ricordato i loro interventi - volte prima di tutto a tutelare la sicurezza della giovane ricoverata al pronto soccorso dell’ospedale di Fiorenzuola - e le indagini scattate subito e che hanno poi portato all’arresto di Rossi.

Oltre ad altre persone che quella sera erano in piazza e hanno assistito alla scena, il processo ha visto anche la presenza di due amiche della 29enne. Una di queste, una amica stretta, ha più volte ospitato la giovane quando questa veniva picchiata dal suo compagno. Nell’ottobre del 2016, quando la storia era cominciata, la 29enne le chiese di ospitarla e lei raccontò di ciò che aveva subito. «Era spaventata, ma non ho mai visto segni sul corpo. Le consigliai di denunciare il fatto ai carabinieri, ma lei non volle. Diceva che era innamorata». Questa scena si ripetè nel tempo altre 4 o 5 volte e la sua amica le disse di lasciarlo e cambiare il numero di cellulare. L’amica, rispondendo alla difesa, ha anche ricordato come la giovane ponesse come condizione che Rossi lasciasse la sua convivente (con la quale ha un figlio). Una relazione complessa, che, purtroppo, è finita in un modo drammatico.

In diverse occasioni, è stato chiesto ai testimoni se Rossi fosse conosciuto come una persona violenta e tutti hanno risposto di no. Nella deposizione della vittima, era emerso come lui, in modo spesso inspiegabile e senza motivo, passasse da comportamenti affettuosi a scatti d’ira in cui prendeva a schiaffi o picchiava la donna. Poi chiedeva scusa e mandava messaggi d’amore.

A ricordare quella serata di sangue e terrore, è stato anche il fratello della ragazza. Era in compagnia di amici quando venne avvertito che la sorella aveva avuto un incidente e stava andando al pronto soccorso. Raggiunto l’ospedale di Fiorenzuola, il giovane aveva visto la sorella sull’ambulanza, sanguinante, «e lei mi disse che era stato Rossi». La sorella gli aveva raccontato in passato di atteggiamenti violenti di Rossi. Dopo il 25 luglio, lei, che viveva da sola, tornò in casa con il fratello e la madre. «Era distrutta, piangeva, aveva incubi» ha ricordato il fratello. La difesa ha chiesto come si poteva definire il rapporto della sorella con Rossi: «Erano amanti».

Infine, l’avvocato Pezzoni ha chiesto al presidente Bussi la concessione degli arresti domiciliari. Secondo il legale, dalle testimonianze è emerso che non c’è la pericolosità sociale del suo assistito. Ora il Tribunale attende il parere del pm e della parte civile, prima di pronunciarsi.

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