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Mercoledì, 1 Dicembre 2021
Cronaca

Tratta nigeriane, si avvicina la sentenza: chieste pene dai cinque ai nove anni

Tratta e sfruttamento di giovani nigeriane. Si avvia verso le battute finali il processo in corte d’Assise che vede sul banco degli imputati cinque persone. Il 9 luglio si è chiusa l'istruttoria e il pm ha pronunciato la requisitoria e avanzato le richieste di pena

Si avvia verso le battute finali il processo in corte d’Assise che vede sul banco degli imputati cinque nigeriani accusati a vario titolo e in concorso di riduzione in schiavitù, tratta di esseri umani, acquisto e alienazioni di schiavi, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. Ossia di aver intercettato, soggiogato e fatto arrivare in Italia con l’inganno giovani donne nigeriane che poi si sono trovate a prostituirsi per ripagare un debito enorme tenute in scacco dal rito Juju. Tre le abitazioni in città dove in vari e diversi momenti, secondo l’accusa, le giovani vittime hanno abitato prima che la polizia mettesse fine al giogo: via Boselli, via Manfredi e via Beverora.

IMPUTATI - Gli imputati sono Idlaghe Meshasch (difeso dall’avvocato Alessandro Righi), Ouantia Katsouli Feithprocesso tratta nigeriane-2 (avvocati Federico Fischer e Marios G. Chatzivassiliou), Ojo Victoria (avvocato Stefano Germini) e Omorodion Godspower (difeso dall’avvocato Fabiola De Ronzo) e la moglie Victory Moses (difesa dall'avvocato Mario Marcuz). Ha presieduto il giudice Giananadrea Bussi a latere Laura Pietrasanta, con loro sette giudici popolari. Le indagini della polizia erano state coordinate dal pm della Direzione distrettuale antimafia presso il tribunale di Bologna (DDA), Roberto Ceroni. Sono sei le parti offese di cui due si sono costituite parte civile con l’avvocato Sara Stragliati. Anche  il Comune di Piacenza si è costituito parte civile con l’avvocato Elena Vezzulli.

RICHIESTA PENE Pm Roberto Ceroni DDA di Bologna nigeriane-2- Nella lunga udienza del 9 luglio si è chiusa la fase istruttoria durante la quale si è svolto l’esame degli imputati e il pm ha poi avanzato le richieste di pena. La parola è poi toccata alle parti civili. Nella prossima udienza fissata per il 23 luglio la parola passerà alle difese per terminare con la sentenza. Per Ojo Victoria sono stati chiesti 7 anni e sei mesi, per Ouantia Katsouli Feith 8 anni e sei mesi, per Omorodion Godspower 5 anni e 12mila euro di multa, per Victory Moses 7 anni e sei mesi  e 9 anni per Idlaghe Meshasch. Moses si trova all’estero sotto protezione assieme ai suoi due figli – ha fatto sapere il suo avvocato perché ritenuta vittima anch’ella di maltrattamenti. L’accusa nella richiesta delle condanne ha ritenuto responsabile per la tratta solo Ouantia Katsouli Feith facendo cadere questa contestazione per gli altri, considerando quindi la donna «la vera e propria artefice dei fatti» e ha chiesto la confisca dell’abitazione di Ojo Victoria in via Boselli dove alcune delle vittime erano tenute sotto il suo controllo.

PARTI CIVILI - Sono sei le ragazze finite nella rete degli imputati, due ancora in carico ai servizi sociali del Comune si sono costituite parte civile con l’avvocato Sara Stragliati che ha chiesto per loro 10mila euro a testa: «Se sono ancora protette e a carico del Comune vuol dire che tutto quello che hanno detto è vero ed è stato dimostrato. Non serve la violenza fisica per tenerle soggiogate, basta far leva sul rito Juju che è il vincolo di schiavitù». Il Comune di Piacenza rappresentato dall’avvocato Elena Vezzulli ha chiesto 52mila euro come danno patrimoniale e 50mila euro per «i danni provocati al prestigio e all’onorabilità della città di Piacenza. «Palazzo Mercanti si è costituito parte civile  - ha spiegato Vezzulli – e il motivo lo troviamo nell’articolo 3 dello statuto del Comune che recita l'azione del comune si informa ai principi di solidarietà e pari opportunità tra cittadini e cittadine, senza distinziostragliati vezzulli avvocati parte civile tratta nigeriane processo 2021-2ne di sesso, nazionalità, lingua, provenienza e religione, opinione politica, condizioni personali e sociali e si informa inoltre al principio di sussidiarietà. Il comune cura gli interessi della comunità promuovendone lo sviluppo economico e sociale, valorizza la persona umana, ne riconosce la dignità, promuove le condizioni per il suo sviluppo e la qualità della vita in tutte le sue fasi». «Abbiamo visto come i servizi sociali della città siano stati fondamentali in questa indagine. L’unità di Oltre La Strada ha per prima intercettato dal 2016 le ragazze segnalando varie situazioni alle forze dell’ordine. La professionalità e il contributo dei servizi quindi va ricompensato anche a livello economico proprio per tutte le spese sostenute e che ancora sono a carico del comune. Chiedo un risarcimento all’ente e alla città. Tutto ciò che sarà recuperato nel danno non patrimoniale  viene fatto confluire in un capitolo del bilancio destinato ai fondi per disabili adulti».  

ESAME IMPUTATI – In aula hanno parlato Ojo Victoria e Idlaghe Meshasch (il quale è anche accusato di violenza sessuale). La prima ha negato tutti gli addebiti: «Io quelle ragazze le ho aiutate offrendo loro un tetto ma non mi pagavano la cifra concordata e spesso per alcuni litigi sono intervenute le forze dell’ordine». Di diverso avviso l’accusa che ritiene Ojo Victoria una madam che costringeva le giovani clandestine al marciapiede tenendole in condizioni di assoluto degrado e indigenza. Idalghe, marito di Moses, ha minimizzato la vita quanto meno burrascosa con la moglie (è imputato per maltrattamenti nei suoi confronti) e ha raccontato alcune liti con la consorte. Prima ha invece tratteggiato la sua vita in Italia: «Sono scappato dalla Nigeria per cercare un lavoro a Piacenza per poter mantenere la mia famiglia. Dopo qualche tempo a Crotone (in un campo dove venivano tenuti i clandestini arrivati a Lampedusa in attesa di essere identificati) ho lavorato nelle campagne. Poi sono venuto a Piacenza dove ho iniziato a fare il venditore ambulante nel parcheggio dell’ospedale dove stavo tutto il giorno. Qui mi sono sposato e ho affittato una casa in via Beverora». Ha raccontato poi di aveavvocati imputati processo tratta nigeriane 2021-2r conosciuto una giovane (i nomi delle vittime non possono essere diffusi per ragioni di sicurezza, nda) in stazione: «Piangeva, non aveva una casa ed era incinta, allora è venuta a stare da noi. L’ho accompagnata a fare visite mediche anche a Parma e poi ha abortito perché il feto era malato ed era troppo giovane. In casa abbiamo anche ospitato un’altra ragazza: ce lo aveva chiesto un’amica di mia moglie». L’accusa invece ritiene che i due sfruttassero le giovani ragazze e le costringessero a vendersi».

REQUISITORIA - Il pm Ceroni ha poi tenuto la sua requisitoria ripercorrendo le indagini, il processo e i vari testi che sivittime di tratta nigeriane 2021 processo-2 sono succeduti, comprese le vittime: «I verbali sono una chiara testimonianza di ciò che accade nelle vittime di tratta: non si può pretendere un percorso lineare quanto piuttosto uno a singhiozzo. I soggetti sono debolissimi: stranieri in terra straniera, soggiogate da un giuramento, portate in Europa con la promessa di una vita migliore e invece costrette a suon di botte e minacce a vendersi. La vittima prima di aprirsi deve capire se si può fidare, non parlando né capendo una parola di italiano, di tutte le istituzioni in cui passa». E ancora: «Quando una delle giovani è stata liberata e portata in questura, durante il racconto di quanto le era accaduto ha sempre tenuto stretto a sé un peluche anche se adulta, ciò è indicativo del suo stato mentale». «Anna (nome di fantasia)  - ha detto - ci ha spiegato con gli strumenti che aveva a disposizione cose che poi hanno trovato riscontro. Ci si deve chiedere: se questa ragazza è veramente vittima di tutto quello che sostiene, con una personalità come quella che tutti avete visto, come si può pensare che rilasci una dichiarazione del tutto lineare e senza qualche contraddizione? Come si può credere che queste donne abbiano inventato in maniera così dettagliata tutto?. Non solo è utopia ma se fosse tutto perfetto, in quel momento ci si dovrebbe chiedere se sta dicendo il vero. La valutazione della sua testimonianza, in questo caso, deve passare attraverso la considerazione di tutti questi elementi perché le incongruenze non inficiano il racconto, posto che ogni elemento che ha detto è stato verificato».

LE INDAGINI - Le indagini (sfociate poi in due operazioni Little Free Bear I e II) erano iniziate nel mese dell'agosto 2017 sotto l'egida della Procura della Repubblica presso il Tribunale Ordinario di Bologna, Direzione Distrettuale Antimafia e coordinate dal sostituto procuratore Roberto Ceroni e si erano avvalse dalla fondamentale collaborazione sul territorio piacentino e straniero della Sezione Criminalità Organizzata e Straniera della Squadra Mobile all’epoca guidata da Serena Pieri, del Servizio di Cooperazione Internazionale di Polizia, del Centro di Cooperazione di Thorl Maglern (in questura il dirigente Giulio Meddi), del Servizio S.I.Re.N.E., della BUNDESKRIMINALAMT tedesca guidata dal brigadier general Gerald Tatzgern e della polizia greca nonché, in ultimo, con l’ausilio della polizia inglese. Oltre agli arresti fatti a Piacenza all’epoca, altri erano avvenuti in Germania, Regno Unito e Grecia grazie alla collaborazione delle polizie locali e hanno dato esecuzione ai mandati di arresto europeo. L’indagine, enorme, è composta anche da intercettazioni telefoniche tradizionali con localizzazione di precisione in tempo reale nonché di intercettazioni ambientali con Gps e dell'analisi massiva di tabulati di traffico storico telefonico di oltre 280mila tracce audio con sviluppo di circa 14mila intestatari telefonici.

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