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«Truffate dalla Banca Popolare di Vicenza: faremo causa, rivogliamo i nostri soldi»

Tre donne piacentine (una madre e le due figlie) coinvolte nell'azzeramento del valore delle azioni della Banca Popolare di Vicenza. L'avvocato: «Pressioni per ottenere un finanziamento: sono state costrette ad acquistare delle quote»

Da sessanta euro a dieci centesimi: ai risparmiatori è rimasta in mano solo poca roba. Tra i 118mila risparmiatori della Banca Popolare di Vicenza che si sono visti azzerare il valore delle azioni sono finite coinvolte anche tre piacentine. Una donna e le sue due figlie avevano infatti investito nella banca veneta – ora sotto inchiesta - quasi 50mila euro. La madre aveva acquistato le azioni alcuni anni or sono, per una quota di 35mila euro. Nel 2014, entrambe le figlie, per aprire una nuova società, decisero di chiedere un finanziamento proprio alla Banca Popolare di Vicenza. La banca spiegò a loro che, per ottenere il finanziamento, era necessario diventare anche socie della stessa. Le due donne, non avendo in quel momento liquidità, decisero di chiedere un ulteriore finanziamento – si parla di quasi 7mila euro a testa - per comprare le azioni della Banca Popolare di Vicenza.  Solo pochi mesi dopo la Banca Popolare di Vicenza sale alla ribalta delle cronache nazionali: le azioni in poco tempo passano da un valore di oltre 60 euro l’una a pochi centesimi di euro. E così le tre donne si ritrovano in mano poca roba. A determinare il crollo dei titoli sono state soprattutto le campagne di vendita di azioni agli stessi soci, imposte dalla banca come condizione per la concessione di finanziamenti. Un meccanismo fraudolento in corso da anni, ma scoperto dalla Bce nel 2015. Nel registro delle indagini compaiono l'ex presidente Zonin – per vent’anni al vertice della banca - e altri cinque manager, oltre agli ex consiglieri di amministrazione Roberto Zuccato, (presidente di Confindustria del Veneto), Franco Miranda (artigiani vicentini), e un funzionario incaricato di stendere il bilancio, Massimiliano Pellegrini.

La madre e le figlie in questi ultimi mesi hanno provato a contattare la Banca per ricevere tutta la documentazione, ma più nessuno si è fatto sentire. Ora, assistite dall’avvocato Marco Malvicini, faranno causa presso il Tribunale di Piacenza. «Chiederemo sicuramente la restituzione di tutti i soldi persi – spiega il legale –, e probabilmente anche un risarcimento per quanto successo. Innanzitutto vogliamo vedere l’atto di acquisto delle azioni. Contestiamo il fatto che non c’è stata una corretta informazione sull’acquisto delle azioni. Ci sono state anche pressioni: le mie assistite o diventavano socie comprando un pacchetto di azioni, o non avrebbero visto alcun finanziamento per la loro società».

«Le mie assistite – spiega l’avvocato Malvicini - sono rimaste molto sorprese e deluse dalla vicenda. L’impressione è proprio quella di essere state coinvolte in una truffa: non si poteva certo pensare che una banca vendesse azioni dal valore quasi nullo. E poi tutta la vicenda è stata mal gestita. Si sono fidate, non immaginavano proprio che una banca non quotata vendesse delle azioni di poca consistenza. Oltre al danno, anche la beffa. Ogni mese sono costrette a pagare le rate per restituire il finanziamento. Per questo ci rivolgeremo al Tribunale».

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