Un anno fa l’arresto dell’allora presidente del Consiglio comunale Giuseppe Caruso

La mattina del 25 giugno Caruso venne prelevato nella sua abitazione dagli agenti di polizia

L'arresto di Giuseppe Caruso

Le immagini, diffuse nelle primissime ore del giorno del 25 giugno di un anno, fecero rapidamente il giro d’Italia, provocando un forte choc emotivo a tanti piacentini. Il presidente del Consiglio comunale Giuseppe Caruso, esponente di Fratelli d’Italia, arrestato nel complesso della grande operazione di polizia contro il clan ‘ndranghetista Grande Aracri. L’arresto di Caruso – e del fratello Albino – sconvolse la nostra città, mai toccata così da vicino dall’infiltrazione di un clan mafioso.

Sono 83 gli imputati al processo che segue l’inchiesta ribattezzata “Grimilde”, arrivato alle fasi iniziali, a Bologna. I due fratelli, nel frattempo, hanno scelto il rito abbreviato, che consente lo sconto di un terzo della pena. Nell’indagine della Dda di Bologna, coordinata dal sostituto procuratore Beatrice Ronchi e condotta dalla polizia, Giuseppe Caruso e il fratello sono accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso, truffa aggravata ed estorsione (Giuseppe anche di corruzione). Difeso dall’avvocato Anna Rosa Oddone (Foro di Torino), Giuseppe Caruso ha confermato la propria scelta nell’udienza preliminare. Caruso è attualmente detenuto nel carcere di Voghera, in regime di 41bis. Il fratello Albino, assistito dall’avvocato Marina Vaccaro (Foro di Pescara) si trova nel carcere di Lanciano. Entrambi si professano innocenti.

Giuseppe nelle fase iniziali della pandemia del Covid-19 ha portato avanti lo sciopero della fame: le sue condizioni di salute (è diabetico), secondo il suo avvocato Anna Rosa Oddone, sarebbero preoccupanti. Gli stanno però vicino, le tre figlie. Al di là dei risultati dell’indagine, svolta con pedinamenti e intercettazioni telefoniche, resta quella foto a cena con il boss Grande Aracri. Tanto che il suo stesso partito, Fratelli d’Italia, lo ha espulso subito proprio per quella testimonianza. «Ha sempre detto - sottolinea il suo avvocato - che la sua attività politica lo ha portato a conoscere tantissime persone e stringere tante mani. Gli venivano presentate le persone e lui, spesso, non sapeva nemmeno chi fossero». Come il fratello, anche Albino ha sempre negato tutto e reagisce a questa situazione. Le indagini, per lui, sono state chiuse in febbraio, poco prima dell’esplosione dell’epidemia. «Respinge le accuse e ritiene questa vicenda più grande di lui. Albino si trova in una condizione difficile e di disagio, anche economico, ed era difficile che potesse ottenere gli arresti domiciliari, perché non ha una casa, un posto dove stare», spiegò qualche tempo fa il suo avvocato Marina Vaccaro. 

Nell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari di Bologna, Alberto Ziroldi, i fratelli Albino e Giuseppe Caruso con altre persone arrestate, scrive che erano «in costante sinergia con i vertici del sodalizio, fornivano un costante contributo per la vita dell’associazione». Al processo, saranno presenti, come parti civili, il Comune di Piacenza, la Camera del lavoro di Piacenza e l’associazione piacentina “Libera”, oltre a una serie di altri enti locali, sindacati e associazioni, compresi la presidenza del Consiglio e il ministero delle Infrastrutture.

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Nel corso di questi mesi il nome di Caruso è tornato più volte alla ribalta nell’aula che presiedeva (poi sostituito dal leghista Davide Garilli). Notizia di pochi giorni fa è l’istituzione di una commissione permanente – voluta dalla Giunta Barbieri – dedicata al contrasto delle mafie e di promozione della legalità. La proposta del vicesindaco Elena Baio è arrivata dopo che le minoranze (in particolare i consiglieri Roberto Colla e Gianluca Bariola) avevano presentato una simile iniziativa. Il Partito Democratico, invece, aveva chiesto di specificare nella targhetta - dedicata ai presidenti del Consiglio comunale - posta all’ingresso della sede comunale, la dicitura “sospeso dalla carica”. Le opposizioni hanno contestato anche l’atteggiamento della Giunta nei confronti del processo. Soltanto in extremis (ma comunque in tempo) il Comune avrebbe chiesto di essere ammesso come parte civile al processo. La Giunta ha spiegato di non essere stata avvisata da nessuno dell’inizio del procedimento a Bologna. Tutte le discussioni – ad alto tasso polemico - in Consiglio comunale che hanno riguardato la vicenda Caruso, hanno visto gli schieramenti politici dividersi.

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